SUPPLEMENTO AL BOLLETTINO DELLA SOCIETÀ ENTOMOLOGICA ITALIANA

MEMORIE

DELLA

SOCIETÀ ENTOMOLOGICA

ITALIANA

FONDATA NEL 1869 - ERETTA IN ENTE MORALE CON R. DECRETO 28 MAGGIO 1936

VOLUME. XXXVI - 1957

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Sede della Societä

Genova Via Brigata Liguria, 9

GENOVA FRATELL! PAGANO - TIPOGRAFI EDITORI 1957

‘INDICE.

Berio E. - Ulteriori modifiche e cambiamenti nella nemenclatura dei generi

di Noctuidae del Globo. (Lepidoptera), (19-14-1964)... . . . Pag. 5 Gonci C. - TAMANINI L. - Alberto Brasavola de Massa (1886-1956). (19-1-1957) » 21 Cuscianna N. - Il Coroebus rubi L. insetto dannosa. ai rosai della Riviera o

Ligure di ponente, (Col. Buprestidae), (19-1- 1957) CRA I » 24 ConsigLIo €. - Contributo alla conoscenza dei Piegottori di Sardegna.

(26- 241957) «| DDL n » 31 FRANCISCOLO M. E. - Cattura di quattro specie di Dytiscidae interessanti

per la fauna italiana. (26-2-1957) x SR TREE . » 45

ScHEERPELTZ O. - Neue Arten der Gattungen ia Kr. und Sipalia Muls. Rey aus dem Museo Civico di Storia Naturale di Trieste. SE NEUE l'inidae), (26-2-1957) 2. . ect ee ee ; > 53

BacceTTI B - Notulae Orthopterologicae. IV. Su un’opera di Pietro Ross di-. menticata dai sistematici, e sulla data di descrizione del Ba-

cillus Rossius Rossi. (12-2-1957) _ E LR a Ea ; » 61 FOCARILE A. - | Sistematica, ecologia e geonemia dei Bio del Subgen, Paederidus italiani. (Col. Staphylinidae). (6-3-1957) COZZE 4 yo ea e

BINAGHI G. - Estensione dell’area di distribuzione in Italia di alcune specie di Ditiscidi. (Col. Dytiscidae). (6-3-1957) ES IR : » 78

Bari B. - Una nuova specie di Trechino cavernicolo lombardo e una nuova tabella di determinazione degli Speotrechus. (Coleoptera Carabidae). (6-3-1957) COLA »_ 85

FioRI G. - Revisione dei Byrrhus asiatici di Reitter. IV contributo alla cono- scenza della famiglia Byrrhidae. (Coleoptera). (8-3-1957) orne de à yO],

La data che segue i titoli è quella di pubblicazione dell’estratto,

Dott. FELICE CAPRA - Direttore responsabile

REGISTRATO AL TRIBUNALE Di GENOVA <Al IN. 76 (14 LUGLIO 1949) FRATELLI PAGANO - TIPOGRAFI EDITORI - Via Monticelli, 11 - GENOVA

STAMPATO IN ITALIA

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SOCIETA ENTOMOLOGICA ITALIANA

SUPPLEMENTO AL BOLLETTINO DELLA SOCIETÀ ENTOMOLOGICA ITALIANA

MEMORIE

DELLA

SOCIETA ENTOMOLOGICA

ITALIANA

FONDATA NEL 1869 - ERETTA IN ENTE MORALE CON R. DECRETO 28 MAGGIO 1936

VOLUME XXXVI - 1957

Sede della Società

Genova Via Brigata Liguria, 9

GENOVA FRATELLI PAGANO - TIPOGRAFI EDITORI S. p. A. 1957

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ULTERIORI MODIFICHE E CAMBIAMENTI NELLA NOMENCLATURA

"DEI. GENERI DI NOCTUIDAE DEL GLOBO (Lepidoptera) | |

La nomenclatura generica delle Noctuidae del globo ha avuto un im- pianto fondamentale da parte di Sir G. Hampson nel noto Catalogo (1904. 1926) dove però l'Autore ha seguito la regola di considerare FOCUS il primo nome specifico incluso. (1).

Necessariamente la sua nomenclatura ha dovuto essere corretta coll’ appli- cazione delle Regole Internazionali, di fronte alle quali dobbiamo dire: dura, sed lex; perchè è indubbio che il metodo del « first name » introdotto ragio- natamente da Jordan e Rothschild (1903) è infinitamente più pratico del me- todo di ricerca del genotipo imposto dal Codice Internazionale e dalle suc- cessive opinioni. Ormai si è reso evidente, in sede di applicazione, che le regole legali per la ricerca del genotipo danno risultati ben lontani da quello, vagheggiato, di interpretare il più antico concetto di ciascun « genere » (che, d’altronde, normalmente non interessa più, data la grande distanza tra il moderno e il precedente concetto sistematico) ma si riducono ad apparire una semplice convenzionalità; il che, infine, è del tutto sufficiente’ data la evoluzione, come detto, del concetto sistematico.

Ma trattandosi di pratica del tutto convenzionale non si comprende perchè non si debba seguire la via più spiccia, più sicura, più poco controvertibile, qual’è appunto quella del « first name » (che, d’altronde, si può anche soste- nere, con Jordan e Rothschild ae. che abbia un principio esegetico per nulla trascurabile). |

Ad ogni modo, i cambiamenti alla nomenclatura generica del Catalogo di Hampson sono stati iniziati nei lavori particolari, e, per i generi europei, anche in lavori specifici, come quelli di Tams (1939) e di Boursin (1953).

Un altro gruppo di emendamenti si è reso necessario, nella applicazione delle Regole, con la riesumazione di nomi che Hampson non aveva ritenuti validi perchè non muniti di descrizione, come quelli di Billberg (1820).

Infine, le ricerche di Hemming sulle date dei nomi generici di Hubner (1937) han posto le basi per ulteriori importanti modifiche, dato che molti spostamenti nel tempo sono stati operati relativamente alle date ritenute giu- ste da Hampson. Sono necessari tuttavia ulteriori precisazioni e rilievi, sia per rettificare qualche particolare dell’opera di Hemming, sia per metterne

(1) A malgrado dell’uso ormai vasto del termine «generotipo» e composti, mantengo «genotipo», perchè non mi pare assolutamente possibile alcuna confusione con la genetica.

Il Sig. Ch. Boursin ha insistito fertemente perchè io addottassi, in questo lavoro, la parola generotipo, dicendo tra l’altro che «genotipo» non è più usato altro che dagli autori che non sono più al corrente. Ma debbo confessare la mia insormontabile ripugnanza per una parola formata con una radicale sbagliata.

Mantengo pure i termini «monogenotipo, autogenotipo, lectogenotipo» da me proposti in precedenti lavori, facendo notare che Cook già nel 1914 (Amer. Natur. LXVIII. p.. 314) aveva proposto 1baplotinos e «logotipo» rispettivamente per la specie unica e per la specie scelta come tipo. Debbo alla cortesia del Sig. Charles Boursin questa informazione.

6 E. BERIO

in valore i risultati nel campo dei generi extraeuropei dei quali Tams e Boursin non si sono occupati.

Nel presente lavoro vengono considerate solo le sinonimie generiche per cogenotipia, e non quelle per congenericità dei genotipi: i nomi validi sia per il genere, che per il genotipo vengono scritti in grassetto; e tutti gli omonimi e i sinonimi per cogenotipia, in corsivo.

E’ evidente che possono essere scoperte lacune e crearsi così necessità di altre modifiche: l’Autore sarà grato a chi vorrà indirizzargli le sue osser- vazioni presso il Museo di Storia Naturale di Genova per poter pubblicare le ulteriori rettifiche e avvicinare così il più possibile la nomenclatura ge- nerica delle Noctuidae alla auspicata stabilità nomenclatoria.

NOTA. - Si danno casi in cui gli Autori hanno fissato genotipi di nomi di Hiibner, considerandoli creati in opere successive a quelle in cui oggi sono risultati creati. In questi casi, quando le specie lectotipiche erano contenute nella prima citazione, ho considerate valide le scelte per essa. Ma se non si volessero ritenere valide le designazioni stesse, si tenga presente che intendo formalmente designare io stesso qui come genotipo le specie indicate come lectotipi precedenti in tutti i casi in cui le designazioni precedenti non siano valide.

Acacallis Hb. (1823). Verz. 265; monogenotypus Phalaena procax Cr., nec Acacallis procax Hb. ut Hemming Vol. II, p. 144. La differenza fra procax Cr. e procax Hb. viene messa in evidenza per la doverosa distin- zione tra Acacallis Hb. e Asticta Hb. (1823; 1. c., p. 266) monogenotypus Asticta pro- clivis Hb. (= Noctua procax Hb.).

Achatea Curtis v. Achatia.

Achatia Hb. (1809-13) Erste Zut. 4 & 6; pls. 11 & 26; Spp.: A. cora Hb.; A. stalachtis Hb. Lecto- genotypus hic electus Achatia cora Hb. (1809-13).

Omonymus (?) Achatea Curtis (1826) Brit. Ent. n. 117; monogenotypus Bombyx spreta Fab. Synonymus: Panolis Hb. (1821) Verz. 214; Spp.: flammea Scff.; beltis Cr., lectoge- notypus Hampson 1905 Noctua flammea Scff. (Bombyx spreta Fab.). Omonymus (?) Achatis Bllibg (1820) Enum. ins.; Spp.: atriplicis L.; spreta Fab. Lec- togenotypus Tams 1939 Noctua atriplicis L. Synonymus: Trachea Ochs. (1816) Schmett. IV. 75; spp.: atriplicis L.; praecox L.; porphyrea Scff.; piniperda Esp.; lectogenotypus Curtis 1832 Noctua atriplicis L. Synonymus: Cerma Hb. (1818) Zutr. I, 14; monogenotypus Achatia cora Hb.

Achatis Billbg. v. Achatia.

Agrochola Hb. v. Gloia.

Agrotera Hb. (1825) Verz. 348; preocc. Schranck (1802) Fauna Boica II (2), 163; monogenotypus A. nemoralis Schrk.

Agrotis Hb. (1809-13) Erste Zut. 4, pl. 13; monogenotypus A. grata Hb. (1)

Omonymus: Agrotis Ochs. (1816) Vol. IV, p. 66; spp. n.° 26; lectogenotypus Curtis 1827 Noctua segetis Scff.

Synonymus: Elaphria Hb. (1818); spp.: Agrotis grata Hb.; Noctua plantaginis Hb. Lec- togenotypus Barnes-Benjamin, 1919, A. grata Hb. (2)

(1) Segnalato da Tams, Entomologist, 1939, pag. 70.

(2) La scelta di Hampson, 1909, N. sepii non può essere utilizzata perchè la specie non è contenuta nel lotto iniziale.

Anthracia Hb. (1823) Verz. 275; spp.: Noctua ephialtes Hb.; Phalaena undularis Drury. Lecto-

GENERI DI NOCTUIDAE

genotypus hic electus Noctua ephialtes Hb. (1) Gracilipalpus Calb. monogenotypus N. ephialtes Hb.

Synonymus:

Anticarsia Hb. (1818) Zutr. I, 26; monogenotypus A. gemmatalis Hb.

Hemming per questo nome generico assegna due specie (Vol. II, p. tratta di una sola. Le diagnosi del Zutrige portano spesso più di una specie perchè oltre quella descritta vengono indicate specie di confronto, mediante l’iniziale del loro nome generico e l’intero nome specifico. Per lo più codeste specie di confronto appartengono allo stesso genere della specie descritta eppertanto l’iniziale del loro nome generico è eguale a quella della

specie descritta. Esempio:

«.Fodia rufago Vi sono tuttavia casi in cui la specie di confronto non appartiene allo stesso genere della specie diagnosticata, il che è evidente in 21 casi in cui l’iniziale del nome generico abbreviato

simile a 7. croceago Scff. ».

è diversa da quella della specie diagnosticata. Questi 21 casi sono:

Specie n. CR ©: Spe » 16 » 20 30 D +342 ee » 48 KA È 108 Ne do, 8S » 64 » 66 » Js » JQ » 84 » 8 5 » 87 102

Confrontando queste citazioni col Verzeichniss si rileva subito che il riferimento generico è fatto ai generi di poi pubblicati in quell’opera la cui pubblicazione, iniziata due anni avanti (1816) terminò poi diversi anni dopo. Ciò sta a dimostrare con la massima evidenza che nel 1818 quando Hiibner pubblicò la prima centuria del Zutrige aveva già tracciata la sistematica

del Verzeichniss.

Orbene, un attento esame delle altre citazioni che hanno l’iniziale generica eguale a quella della specie diagnosticata dimostra che ve ne sono alcune che si riferiscono ad altri generi aventi eguale iniziale. Per quanto riguarda le Noctuidae codeste citazioni sono le seguenti:

(1) Era mia intenzione scegliere undularis Dry. per salvare il nome Gracilipalpus Calb., ma il Sig. Boursin ha notevolmente insistito per la scelta di ephialtes Hb.

ZA. AG:

NH VHOPhREYRRROOSHAR ED

communimacula Scff. nel gen. Schinia

plagiata L. aprilina L. maura L. druryi Cr. culta Scff. algira L. alchymista Scff. limbalis Hb. apiciaria Scff. urticae Hb.

margaritalis Scff.

punicealis Scff.

. dipsacea L. bombycialis Scff.

porphyrea Scff. damonia Cr. pudoralis Scff. grisealis Scff. vespertaria talus Cr.

Macrosoma Polygrammate Zale Pseudosphex Cerma Parallelia Melipotis Hapalia Hypargyritis Paectes Diastichtis Haematia Hemeroplanis Macropus Triphassa Helia Argyria Lesmone Pyrinia Cecrops

con le vedute di Piingeler, Draudt, Rothschild e con le sue proprie.

154), mentre si

che corrisponde

8 È. BERIO

A. thomyris Cr. citata nel gen. Anticarsia e riferito invece al gen. Apistis, Verz. 271. A. quaestionis F. citata nel gen. Argyrogramma e riferito invece al gen. Autographa, Verz. 251. P. perflua F. citato nel gen. Phosphila e riferito invece al gen. Pyrois Verz. 208.

Come si vede, nel caso di Anticarsia, la inclusione nel genere è dunque riservata all’unica specie A. gemmatalis, poichè la citazione «A. thomyris Cr.» si deve leggere « Apistis thomyris on: | |

La soluzione per fortuna collima con la scelta di Grote, 1874 A. gemmatalis Hb. per cui non porta cambiamenti o incertezze.

Argadesa Moore v.. Rhytia.

Argyrogramma Hb. (1823) Zutr. II, 29; monogenotypus A. omega Hb. Hemming indica «2 sp.» ma la citazione A. questionis F. fatta a confronto nel testo di Hibner si riferisce al genere Autographa dove risulta collocata nel Verz. p. 251. Vedasi in proposito la trattazione

di Anticarsia.

Ascalapha Hb. (1809) Samml. Exot. I, 196; monogenotypus A. odora Hb. (= Phalaena aga- rista Cram.).

Il nome generico è valido perchè non forma omonimia con Ascalaphus Fab. non trattan- dosi di nomi specifici. sla

La sinonimia odora Hb. = agarista Cr. è data dallo stesso Hiibner nel Verz. pag. 273. In essa Hübner si riferisce alla tav. 170 di Cramer e non alla agarista Cr. della tav. 169 che egli identifica colla odora di Linneo. Cade pertanto in sinonimia per cogenotipia il nome Idechthis Hb. (1821) Index Exot. p. 5 che ha come monogenotypus la stessa figura della Samml. Exot... |, 196.

Dal punto di vista prettamente nomenclatorio non cade invece in sinonimia il nome Otosema Hb. (1823) contenuto nella Samml. Exot. Vol. II, tav. 206, che si riferisce evidente- mente alla odora di Linneo, in accordo con le sinonimie del Verzeichniss 1. c. pubblicate contemporaneamente. La questione tuttavia non ha importanza alcuna data la evidente conge-

nericità di tutte queste entità specifiche.

Asticta Hb. v. Acacallis.

Athyrma Hb. (1823) Verz. 267; monogenotypus Phalaena adjutrix Cr. Hemming, Vol. II, p. 160, dice « 2 specie e 1 nome nudo »; in realtà vi è una sola specie e due nomi nudi.

Axia Hb. v. Nycteola. Azatha Wlk. v. Phycoma.

Blephara Hb. v. Blepharum. Blepharidia Hb. v. Blepharum.

Blepharum Hb. (1809-13) Erste Zutr. 4, pls. 5, 10. Hemming (Vol. II, p. 162) distingue questo nome da Blephara Hb. E’ però evidente che Blephara è un semplice errore di stampa o di grafia, essendo stato scritto al nominativo plurale anzichè al singolare. Nel Tentamen vi sono infatti tanto la forma plurale che la singolare. La prova che sin dall’inizio la specie Ble- pharum amica Hb. e la specie Blepharum elonympha Hb. fossero per Hübner congeneriche è data dalla storia delle due specie attraverso la successione delle sue opere.

GENERI DI NCCTUIDAE "9

it

Tentamen, | Erste Zuträge Zuträge I Alphab. Verz.

‘1806 ie 1808 | 1818 | 1822 Stirps : Blephara | Blephara Coma i Maia e Blepharidia Blepharidia Blepharum (Ephesia) | _sponsa L. sponsa L. elonympha elonympha amica amica

Considerando la restrizione di Hemming come scelta di genotipo e, comunque, ope- randola qui io stesso; lectogenotuyps B. amica Hb.

Synonymus: Blepharidia Hb. (1818) Zutr. I; (spp.: Blepharum amica Hb.; Blephar [a] (um) elonympha Hb.). Lectogenotypus hic electus: B. amica Hb. Omonymi: Blepharidia Hb. 1822 (Alph. Verz.); 24 spp. lectogenotypus hic electus: Noctua fraxini L.; Blepharidia Pünglr (1900) monogenotypus Heliophobus lama Pünglr.

Synonymus: Corisce Hb. (1823) Verz. 279; monogenotypus B. amica Hb.

Secondo Hemming la data di Blepharidia Hb. è il 1922 poichè egli considera il nome edito per la prima volta nell’Alph. Verz.

E’ tuttavia da ritenere che questo, e altri nomi generici dei quali darò più sotto l’elenco, abbiano origine nella 12 centuria del Zuträge (1818).

Preliminarmente si deve osservare che nella prefazione dell’Alphab. Verz. lo stesso Hübner dichiarava che i nomi da lui ivi usati dopo quelli specifici (in quest'opera le specie sono collocate in ordine alfabetico eppertanto sono seguite dal nome generico e sottogenerico), erano ricavati dal Zutrige 1% centuria. Questa constatazione porta ad una pregiudiziale: se cioè i nomi dell’Alphab. Verz. sono da considerarsi generici, allora essi sono preoccupati dai loro corrispondenti del Zuträge 1* Cent., ma se quelli del Zuträge 1* Cent. non possono essere considerati generici, neppure quelli dello Alphab. Verz. avrebbero alcuna validità.

Dopo di ciò ritengo che un attento esame della evoluzione del pensiero sistematico di Hübner dal 1806 in poi debba portare ad una interpretazione diversa da quella di Hemming e tale da far ritenere generici i nomi del Zuträge 1% Cent. poi trasportati nell’ Alphab. Verz. Infatti: Non vi è questione nelle categorie superiori che per Hübner furono sempre le otto Phalanges della Sammlung Europäische, divise in tribù. Le categorie inferiori alla Tribu furono: nel Tentamen (1806) la Stirps (Stamm) seguita dal nome specifico. Nella Sammlung Exotische tra il nome della Stirpe e quello specifico (Gattungsname) viene introdotto un aggettivo scritto sempre con iniziale minuscola e talora scritto interamente con caratteri più piccoli. (Dal 1816 in poi Hübner chiama questo nome Familia). Nel Zuträge e nel Verzeichniss sotto alla tribù anzichè tre nomi: Stirps (genere), Familia, Gattung (specie) ne troviamo quattro: Stirps, Familia, Coitus (Verein) e specie.

L’interpretazione di Hemming di questa ultima innovazione si è che IE il binomio linneano iniziale era composto dei due ultimi nomi (Stirps - Gattung), con o senza il nome intermedio di Familia, e poichè il binomio linneano finale è composto pure degli ultimi due nomi (Coitus - Gattung) sempre senza il nome intermedio di Familia, si deve ritenere che Hübner ha modificato il nome della Stirps in nome di Coitus; ha soppresso il nome aggettivale intermedio (Familia) e ha creato due nuove categorie fra la Tribù e il Genere, chiamandole SS e Familia. |

| ‘Tuttavia.questa interpretazione non convince, rimanendo difficile ammettere uno scambio

i. con la creazione di nuove categorie denominate proprio cot nomi abbandonati. E invece, logico

ritenere che la Stirps sia rimasta sempre tale, con la Familia come sua specificazione! e che

10

E. BERIO

sia stata introdotta una nuova categoria fra queste e la specie col nome di Cottus, la quale venendo ad essere la più vicina alla specie diviene poi il primo termine del binomio linneano.

Per meglio comprendere le due interpretazioni e valutarne il valore, si vedano le due ta- belle seguenti, la prima delle quali riprodotta dall'opera di Hemming (Vol. I, pag. 19) rappre- senta la sua interpretazione e la seconda, l’interpretazione qui proposta.

Verzeich.

Zutr. I

Tentamen Sam. exot. Erste Zutr.

1806 1806 1808 1816 i 1818 Phalanx [Phalanx] Phalanx [Phalanx] Tribus [Tribus] Tribus [Tribus]

Stirps (Stamm) Stamm Familia [Familia] Stirps [Stirps] Stamm Coitus (Verein) Verein [Familia] [Familia]

[Species] [Species] Gattung Gattung Gattung Tent. Sam. exot. Erste Zutr. Verzeich. Zutr. I Alph. Verz. 1806 1806 1808 1816 1818 1822

Phalanx [Phalanx] Phalanx [Phalanx] [Phalanx] (Horde)

Tribus [Tribus] Tribus [Tribus] —- (Rotte)

Stirps [Stirps] Stamm Stirps Stamm [Stamm] (Stamm)

[fam.] [fam.] Familia [Familia] [Familia]

Coitus Verein (Verein)

[Species] [Species] Gattung [Gattung] Gattung Gattung

Il confronto delle due tabelle mostra come Hemming sia costretto ad ammettere nella introduzione di categorie, uno scambio di denominazioni: le categorie introdotte cioè avreb- bero assunto il nome di Stirps (Stamm) prima detenuto dall’equivalente del Genere, e quello avrebbe assunto un nuovo nome (Coitus - Verein); inoltre la familia, da specificazione del nome generico sarebbe stata trasformata a divenire specificazione del nome della nuova cate- goria introdotta tra tribù e genere. La seconda tabella mostra invece una coerente stabilità nei nomi delle categorie, confermata poi dall’ultima colonna in cui viene riportato il sistema adottato nello Alphabetische Verzeichniss che è posteriore all’inizio del Verzeichniss e del Zutrage, e che non porta la nuova categoria (Coitus - Verein) introdotta nel Verzeichniss.

L’equivalenza delle Stirpi del Tentamen, del Samml. Exot. e dell’Erste Zutrige con quelle del Verzeichniss e del Zutrige I è messa in decisivo risalto dall’equivalenza dei nomi di tal grado, come si vede dal seguente esempio:

GENERI DI NOCTUIDAE

Samml. Exot.

11

Tent. Erste Zut. Verz. Zut: 1 Alph. Verz. Phal. Papiliones Papiliones Papiliones Papilio i Papiliones Trib. Nymphales Nymphales Nymphales Nymphalis Stirps | Hamadryas Hamadryades | Hamadryas Hamadryades | Hamadryas Hamadryas Fam. | Decorae - ? Angulatae Angulata Angulata Coitus Elymnias Elymnias jo | : | io

Species | jynx jynx jynx

| evarete

Non è affatto indifferente l’adozione della interpretazione di Hemming o di questa, anche ‘se l’effetto della introduzione della nuova categoria comunque ubicata sia stato in un certo senso univoco rispetto alle esigenze nomenclatorie che portano alla necessità per Hübner di comporre la formula binomiale delle sue specie col nome di Coitus ‘aggiunto allo specifico, perchè la nostra interpretazione mostra che, permanendo in lui la importanza del concetto di Stirpe, ciò non gli impediva (come nell’Alphab. Verz.) di comporre il binomio anche col nome di Stirpe, specificato da quello aggettivale (famiglia).

Abbiamo così ad esempio, per l’insetto chiamato « Hamadryas jo » nel Tentamen (1806) la formula «Inachis jo» del Verzeichniss p. 37 (1819) e la «Hamadryas inangulata jo» dello Alph. Verz, p.-6 (1822).

Neppure Hemming, del resto, ha dubitato del valore di nomi generici dei nomi delle Stirpi contenute nell’Alph. Verz. che pure, viste di fronte alla sistematica del Verzechniss potrebbero essere considerate nomi di grado superiore; ma la sua interpretazione gli ha però impedito, e qui viene in risalto la importanza delle nostre osservazioni, di considerare nomi di grado gene- rico anche 1 nomi delle Stirpi (Stamm) contenuti nel Zutrige.

Mentre infatti nello Alph. Verz. vi sono solo i nomi di Stirps considerati come generici (Nominativo singolare legato binomialmente col nome specifico) nel Zuträge vi sono anche i nomi di Coitus (Verein). Qui le citazioni sono fatte come segue:

« Symphaedra Alcandra, un Papilio nymphalis e Najas modesta ».

Sembra, così considerate le cose, che non si possano trascurare i nomi di Stamm (Stirps) dati nel Zutrige come nomi generici.

I nomi che secondo questa tesi, debbono essere aggiunti alla lista di Hemming sono i seguenti:

Agrodiaetus Hb. 1818 Zutr. I (6 specie) Andropodum Hb. 1818 Zutr. I (3 specie) Astycus Hb. 1818 Zutr. I (2 specie) Blepharidia Hb. 1818 Zutr. I (2 specie) Brephia Hb. 1818 Zutr. I (1 specie) Chleuastes Hb. 1818 Zutr. I (2 specie) Euphais Hb. 1818 Zutr. I (3 specie) Gloia Hb. 1818 Zutr. I (1 specie) prob. emend. di Gloee Meropis Hb. 1818 Zutr. I (1 specie) Sciadia Hb. 1818 Zutr. I (1 specie) Sphecodes Hb. 1818 Zutr. I (1 specie) Spilota Hb. 1818 Zutr. I (1 specie) Trichocheilia Hb. 1818 Zutr. I (1 specie).

Infine, la miglior conferma che codesti nomi creati nel Zuträge I Cent: furono ritenuti da Hiibner stesso come generici è data dal fatto che tra gli indici figura una lista di « Namen der Stamme, wozu die im ersten hundert der Zutrige zur Sammlung exotischer Schmetterlinge enthaltenen Gattungen (specie, nel senso di Hübner) gehôren », e in essa, oltre quelli sopra citati che sono usati per la prima volta, vi sono quelli generici già usati nello Erste Zutrige:

12 E. BERIO

i Achatia, Agrotis, Apatele ecc. e Abr ricavati da Ochsenheimer: Amphipyra, Callimorpha, ecc., o da Fabricius: Lithosia. Comunque, nella scelta dei lectotipi fatta in questo lavoro ho fatto in modo che per lo meno per le Noctuidae, sin dove possibile, detti nomi sia con la data 1818 che con quella del 1822 cadano in sinonimia con altri più sicuri e non portino incertezze.

Bombycia Hb. (1822) Alph. Verz.; (10 spp.). Tra le 10 specie elencate figura una « 00 S. 210 » che, interpretata secondo le abbreviazioni di Hiibner significa: « Noctua oo Schiffermüller, figurata da Hübner nella Sammlung Europ. col n. 210 ». Senonche la nottua detta « 00 » è di Linneo e non di Schiffermiiller & Denis e la fig. 210 Hübner è nella Sammlung indicata con «or» e corrisponde alla Noctua or di Schiffermüller. Si tratta quindi di un errore di scrittura dell’Alph. Verz. il che è confermato anche dal fatto che nel Verz. pag. 237 la or è messa tra le Bombyciae,

dove non è traccia della 00 di Linneo (1). Con questa correzione diviene valida la scelta di lectotypus Harvey in Bull. Buff. I. 278 (1873) per Bombycia : Noctua or Scff.

Omonymus: Bombycia Steph. (1829); monogenotypus N. viminalis Fab. che va sostituito con Cleoceris Bdv. lectogenotypus Grote 1874: N. viminalis Fab.

Synonymus: Tethea Ochs. (1816); lectogenotypus Curtis (1929) Pahalaena or Schiff. Brephia Hb... Euttachs, |

Callistege Hb. (1823) Verz. 281; spp.: Noctua scapulosa Hb.; Noctua mi Linn.; Noctua forta- littum Hb. lectogenotypus hic electus: Noctua mi Linn.

Synonymus: Euchdimera Hmps. 1913 autogenotypus Noctua mi Linn.

Calotaenia Stph. v. Diacope. Celsia Stph. v. Diacope. Cerma Hb. v. Achatia.

Chalciope Hb. (1823) Verz. 268; spp.: Phalaena cephise Cr.; Phalaena hyppasıa Cr.; Phalaena dyndyma Cr.; Phalaena mygdon Cr. Lectogenotypus Moore 1884 Phalaena mygdon Cr., come ho già avvertito (Ann Mus. Genova LXVI, 259 (1954)); per cui la notissima hyppasia Cr. deve passare nel gen. Trigonodes Gn.

Cleoceris Bdv. v. Bombycia.

Coenipeta Hb. (1818) Zutr. I, 22; spp.: C. colliquens Hb. (= Ascalapha colliquata Hb.); Phalaena damonia Cram. Lectogenotypus Hamps 1929: C. colliquens Hb. (= Ascalapha colliquata Hb.)

Corisce Hb. v. Blepharum. Cuphanoa Hb. v. Cuphonoa. Cuphanos Hb. v. Cuphonoa.

Cuphonoa Hb. (1821) Verz. 230; nec Cuphanos (Hb.) Hemming, Vol. II, p. 177; spp.: N. stabilis Scff.; N. humilis Scff.; N. nitida Hb. Lectogenotypus Hampson 1905 Noctua stabilis Scff.

Nella lista delle specie del Verzeichniss il nome generico che, come d’uso, è scritto per intero per la prima specie si legge Cuphanoa, ma poichè nel nome di Coitus è ripetuta per due volte la grafia con la o (Cuphonoen - Cuphonoae) è da ritenere che l’errore sia nel primo bino- mio specifico.

(1) A questo proposito debbo. far notare un indizio, sfuggito ai critici, che le opere di Hübner fossero note ai suoi contemporanei; poiche Treitsche, non avendo notato che la citazione era un errore per «or» incluse la Phalaena 00 di Linneo ena stesso Bence celle altre elencate dell’ Alph. Verz. sotto il nome Bombycia.

GENERI DI NOCTUIDAE 13

Synonymus: Taeniocampa Guen. (1839) lectogenotypus Guenée Pa Noctua igor Scff.. Cuspidia Stph. v. Triaena. un Diacope Hb. (1820) Verz. 204; nec Cuvier, 1817 monogenotypus: Bombyx celsia L.

Synonym.: Celsia Stph. 1829 monogenotypus Bombyx Celsia Linn.; Calia Stph. 1829 idem; Faspidia Bdv. 1840 idem. (preocc. Hübn. 1809-13).

Diphthera Hb. (1809) Samml. Exot. I pl. 193; monogenotypus: D. elegans Hb. (= Phal. hyero- glyphica Cr.).

Omonymi: Diphthera Hb. (1809-13) Erste Zutr. 4, p.l ae monogenotypus: D. hebraeicum Hb.; Diphthera Ochs. (1816), lectogenotypus Duponchel 1829. Noctua orion Esp. (= alpium Osb.).

Synonymus: Euglyphia Hb. (1820) Verz. 203; monogenotypus: D. elegans Hb.

Synonymus: Noropsis Guen. (1852); monogenotypus: N. fastuosa Gn. (= Phal. hyerogly- phica Cram.). /

Drasteria Hb. (1818) Zutr. I, 8, 16; spp.: Euclidia graphica Hb.; E. cuspidea Hb.; Noctua glyphica Linn. Lectogenotypus Hampson 1926 Euclidia graphica Hb.

Omonymus: Drasteria Hb. (1823) Verz. 280; lectogenotypus Grote 1874 Phalaena erechtea et Synonymus: Syneda Guen. (1852); lectogenotypus Grote 1874: E. graphica Hb.

Elaphria Hb. v. Agrotis.

Ephemias Hb. (1821) Verz. 248; monogenotypus: Noctua libatrix Linn.

Synonymus Gonoptera Germar 1811; «type Noctua libatrix Linn.» (Boursin in litt.).

Ephesia Hb. (1818) Zutr. I, 11, 14; spp.: Blepharum amica Hb. ; Blepharum elonympha Hb. ; Noctua

paranympha L. Lectogenotypus Hampson 1913 N. paranympha Linn. (= Phalaena fulmi- nea Scop.).

Epipsilia Hb. (1821) Verz. 210. Non mi risulta sia ‘stato notato che Hampson, Cat. IV, 467, lo ha riportato come Episilia Hb.

Episilia Hb. v. Epipsilia.

Epizeuxis Hb. (1818) Zutr. I, 9; spp.: Erpyzon lituralis Hb.; Pyralis calvarialis Scff. Lectogeo- typus Grote 1874. Pyralis calvarialis Scff.

Synonymus: Helia Guen. (1852); monogeotypus: Pyralis calvarialis Scff. [praeocc. Helia Hb. (1818) Zutr. I, 27, 29 (vedi Helia)].

Erpyzon Hb. (1809-13) Erste Zutr. 4, 5; pl. 3, 16; ssp.: E. lituralis Hb., E. decoralis Hb. Lecto- genotypus hic electus Erpyzon lituralis Hb.

Omonymus: Herpyzon Hb. (1822) Alphab. Verz. (20 spp.); lectogenotypus hic electus Pyralis proboscidalis Fab. [Synon.: Hypena Schk. (1802)]. _Synonymus: Megachyta Grote 1873; monogenotypus: Erpyzon lituralis Hb.

Euclidimera Hmps. v. Callistege. Euglyphia Hb. v. Diphthera. Euphais Hb. v. Gloee.

Eutactis Hb. (1818) Zutr. I, 28; spp.: Eutactis tristifica Hb., Noctua decora Linn. Genotypus per divisio (opinio 6 Comm. Nom. Zoolo.) E. tristifica Hb.

14

BR BERTO

La designazione avviene perchè nel 1823 Hübner ha fatto il genere monotipico Pais (N.

decora L.) e ha riportato contestualmente il gen. Eutactis con la sola specie E. tristifica Hb.

(Verz. 279). E’ questo uno dei pochissimi esempi di applicazione, nelle Noctuidae, della regola sopracitata.

Synonymus: Brephia Hb. (1818), monogenotypus: Eutactis tristifica Hb.

Per quest’ultimo nome vedere la trattazione di Blepharum. q

Glaea Hb. v. Gloee. Glaee Hb. v. Gloee. Gloce [Hb.] v. Gloee.

Gloee Hb. (1808) Erste Zutr. 4, 5; monogenotypus et lectogenotypus hic electus Noctua monilis

Fab.

Hemming Vol. II, p. 201 e Vol. I, p. 439 ha letto Gloce, ma la grafia è evidente in tutte tre le citazioni dell’Erste Zutrige, e risulta anche dalla riproduzione facsimile dello stesso Hemming. Inoltre che la grafia voluta da Hübner sia GLOEE e non GLOCE sirileva dalla storia intera del nome. Il nome del Tentamen, infatti, che secondo Hemming sarebbe Glaea, è in realtà Glaee e suona eguale a Gloee (cfr. Hydroecia e Hydraecia). La storia del nome si vede dal |

seguente prospetto cronologico:

(Tentamen) Erste Zutrage Zutrage I | Alphab. Verzeic. Verzeichniss (1806) 1808 1818 1822: (1821) Glaee Gloee Gloia | Gloia Gloiae (Xestia) | bis (Orrhodia) vaccinit L. vaccinii L. vaccin L. (Xestia) chloropha Hb. | chloropha Hb. chloropha (Euphais) Euphaides (Hypsoropha) (Hypsoropha) margaritifera Hb.! monilis F. monilis F. monilis [F.] hormos Hb. horma Hb. |

Per evitare cambiamenti, nel caso si volesse ritenere che la citazione monilis di Hübner 1808 non si potesse ritenere, a quella data, riferita alla monilis di Fabricius, ma si trattasse di omonimia poi corretta, ho scelto qui monilis come tipo di Gloee che in tal caso prende la data 1809-13.

Synonymi: Hypsoropha Hb. 1818 Zutr. I, 10; spp.: Noctua monilis F.; Hyp. hormos Hb. Lectogeotypus Grote 1874 N. monilis F. Euphais Hb. (1818) I. c. spp.: Noctua monilis F.; Hypsoropha hormos Hb.; Tribonophora pygamaea Hb. Lectogenotypus hic electus: Noctua monilis Fab. [Omonymus Euphais Hb. 1822 Alph. Verz.; (9 spp.), lectogenotypus hic electus: Noctua libatrix L.)].

Per Euphais Hb. (1818) vedasi la trattazione di Blepharum.

Gloia Hb. (1818) Zutr. I; monogenotypus: Gloee chloropha Hb. vedasi la trattazione di Ble-

pharum.

Omonymus: Gloia Hb. (1822) Alphab. Verz.; (49 spp.). Lectogenotypus hic electus Noctua lychnidis Scff. [Synonymus: Agrochola Hb. (1802); lectogenotypus Hampson 1906: N. lychnidis Scff.].

GENERI DI NOCTUIDAE 15

Gonodonta Hb. v. Ptilodon. Gonoptera Germar v. Ephemias. Grammophora Gn. v. Polygrammate.

Helia Hb. (1818) Zutr. I, 27, 29; spp.: H. calligramma Hb.; H. campotrix Hb. Lectogenotypus hic electus H. calligramma Hb. Omonymus: Helia Guen. (1852); monogenotypus N. calvarialis Scff. (v. Epizeuxis). Heliophila Hb. (1822) Alphab. Verz.; (40 spp.). Lectogenotypus hic electus Noctua pallens Linn. Synonymus: Leucania Ochs. (1816) lectogenotypus N. pallens L.

Heliothis Hb. (1809-13) Erste Zutr. 5, pl. 15; monogenotypus: H. jucunda Hb. Omonymus: Heliothis Ochs. (1816); lectogenotypus Samouelle 1819: dipsacea L. (= viriplaca Hiifn.). Synonymus: Melipotis Hb. (1818) Zutr. I, 17; monogenotypus: H. jucunda Hb. [Omonimus: Melipotis Hb. (1823) Verz. 260. Lectogenotypus Moore 1884: Phalaena cyllaria Cram. |

Hemeroblemma Hb. (1818) Zutr. I, 26; spp.: Ascalapha amethystina Hb.; Phalaena dolon Cr. Lectogenotypus Hampson 1926: Phalaena dolon Cr.

Hemeroplanis Hb. (1818) Zutr. I, 23; monogenotypus: Ascalapha pyralis Hb.

Synonymus: Pleonectyptera Grt. 1872; lectotypus Grote 1874 H. pyraloides Hb. (= A pyralis Hb.).

Herpyzon Hb. v. Erpyzon.

Hoporina Bdv. v. Fodia.

Hydrilla Bdv. v. Hydrillula.

Hydrillula Tams (1938); autogenotypus: Noctua palustris Hb. Synonymus: Hydrilla Bdv. (1840); lectogenotypus Guenée 1852: Noctua palustris Hb. (nec lectogen. Hampson 1909: H. cali- ginosa ut T'ams I. c.).

Hypsoropha Hb. v. Gloee.

Hyptelia Gn. v. Xestia.

Idechthis Hb. v. Ascalapha.

Faspidea Led. v. Faspidia.

Jaspidia Hb. (1809-13) Erste Zutr. 4, 5, p.ls 10, 15; spp.: 7. nana Hb.; 7. bellicula Hb. Lectoge- notypus Tams 1939: J. nana Hb.

Omonymus: Faspidia Bdv. (1840); monogenotypus: N. celsia Linn. et Faspidea Lederer (err. pro Faspidia Bdv.). Vedi Diacope Hb.

Jodia Hb. (1818) Zutr. I. 15; spp.: Xanthia rufago Hb.; Noctua croceago Scff. Lectogenotypus Grote 1874 Noctua croceago Scff. Synonymus: Xantholeuca Stph. (1831); monogenotypus N. croceago Scff.; [Omonymus: Xantholeuca Hmps. (1910); monogenotypus Erastria Staudingeri Stndfss.]. Synonymus: Hoporina Bdv. & Blanch. (1840); monogenotypus N. croceago Scff.

Lemur Hb. v. Zale.

Leptosia Gn. v. Metachrostis.

Macrochilo Hb. (1825) Verz. 345; spp.: Pyralis tentacularis L.; Pyralis proboscidalis L.; Hypena rusticalis Hb.; Pyralis cribralis Hb. Lectogenotypus: Boursin 1923-35 (Cat. Lep. France di Lhomme): Pyralis tentacularis Linn.

16 ov E. BERIO:

Synonymus: Polypogon Schk. 1808 lectogenotypus Grote 1874 Pyralis tentacularis Linn.

Megachyta Grt. v. Erpyzon. Megatomis Hb. v. Salia.

Melicleptria Hb. (1823) Verz. 262; lectogenotypus Grote 1874 N. cardui Hb. | Melicleptrinae dovrà sostituire Heliothidinae proposto da Boursin, 1952.

Melipotis Hb. v. Heliothis. Meropis Hb. v. Ptilodon.

Metachrostis Hb. (1820) Verz. 204; spp.: Noctua par Hb.; Noctua perla Scff.; Noctua velox Hb. Lectogenotypus Hampson (Moths Ind. II, 325, 1894) Noctua velox Hb. Synonymus: Leptosia Gn. (1852); autogenotypus N. ‘velox Hb. preocc. Hiibner (Rhopal.) (1818). |

Metachrostis Hb. non cade sotto Crypia ut Tams 1939.

Metria Hb. (1823) Verz. 261; spp.: Phalaena euristea Cr.; Ph. encelade Cr. Lectogenotypus hic ‘electus Ph. euristea Cr. Tav. 342 A. | si |

Moma Hb. (1820) Verz., 208. Per analizzare la sorte di questo controverso nome occorre fissare le seguenti sinonimie ormai pacifiche: di a) Noctua ludifica Linn. (= Hb.; fig. 23, 524; 580-581). b) Noctua alpium Osb. (= ludifica Sepp.; aprilina Scff.; orion Esp.). c) Noctua aprilina L. (= runica Scff.).

Le specie elencate da Hiibner per il genere Moma sono:

ludifica L. Syst. Phal. 143. Hb. Noct. 580-581. aprilina L. Syst. Phal. 138 Hb. Noct. 22.

astur Cram. 120.13.

quindi delle tre sopra elecate, solo la prima e l’ultima.

Le designazioni di tipo che ho potuto reperire sono:

1857: Lederer. Nel Noct. Europas Lederer non ha fatto desigazione di tipo, ma ha indi- cato il gen. Moma Hb. con un’unica specie. Lo cito tuttavia perchè Miss Prout in Bull. Hill. Mus. Vol. I, pag. 227 gli attribuisce una scelta di genotipo. A malgrado di ciò poichè la specie indicata da Lederer è orion Esp. (= alpium Osb.) essa non fa parte del gruppo originale e non è valida.

1874: Grote. Nel Bull. Buff. II, p. 1 questo Autore cita anche lui la Noctua orion Esp. (= alpium Osb.) che non entra nel lotto originale. La sua scelta è ritenuta valida da Tams Entomoligist LX XII, (1939) e accolta da Boursin in Bull. Lyon, 1953 p. 120.

1894 e 1913: Hampson Moth. Ind. II. 453 e Cat. XIII, 376 sceglie N. ludifica Linn. che diviene così la prima scelta valida.

Synonymus: Trichosea Grote 1874; monogenotypus ludifica Linn.

Noropsis Gn. v. Diphthera.

Nycteola Hb. (1822) Alph. Verz.; spp.: Tortrix degenerana; T. dilutana; T. punctana; T. ramo- sana; T. undulana. "Tutte cospecifiche = Noctua revayana Scop. che diviene il tipo.

Omonymus: Nycteola H-S. (falsalis) 1853 (1).

(1) che va sostituita con Zebeeba Kirby.

GEN&RI DI NOCTUIDAE 17

Syaonymi: Sarrothripus Curtis, 1824; Axia Hb. 1825 (preocc. Hb. 1821); Subrita WIk. 1886

Anche il nome Sarrothripini deve cadere e dovrà essere sostituito con Nycteolini. (1)

Odice Hb. (1823) Vrz. 258; spp.: Phalaena panphilia Cr.; Phalaena acharia Cr.; Noctua inamoena Hb.; N. regularis Hb.; N. quieta Hb. Lectogenotypus Moore 1884 Noctua inamoena Hb.

Omia Hb. (1821) Vs 24A SPP Noctua cymbalariae FIBA N: . antirrhinii Hb.; N. linariae Scff. a N. puta Hb.; N. temera Hb. Lectogenotypus Guenée 1852: N. cymbalariae Hb.

Otosema Hb. v. Ascalapha. Paectes Hb. v. Tribonophora. Pais Hb. v. Eutactis.

Pangrapta Hb. (1818) Zutr. I, 18; spp.: Erpyzon decoralis; Pyralis angulalis Hb. Lectogeno- typus Grote 1874 E. decoralis Hb.

Panolis Hb. v. Achatia. Parallelia Hb. (1818) Zutr. I. 15; monogenotypus P. bistriaris Hb. (= Ascalapha bistria Hb.).

Phaeocyma Hb. (1818) Zutr. I. 19; spp.: Lemur lunifera; Noctua calicanthata Abbot. Lecto- genotypus Grote 1874 L. lunifera Hb. 7 |

Phoberia Hb. (1818) Zutr. I. 13, 16; spp.: Ascalapha atomaris Hb.; A. rufimargo Hb.; Noctua lunaris Scff. Lectogenotypus Grote 1874: A. atomaris Hb.

Phosphila Hb. v. Pyrophila.

Phrictia Hb. (1821) Verz. 255; spp.: Phalaena lingia Cr.; Phalaena porcia Stoll. Lectogenotvpus hic electus Ph. lingia Cr.

Phycoma Hb. (1823) Verz. 258; spp.: Phalaena gyges Cr.; Ph. marcellina Cr.; Ph. arcadia Stoll. Lectogenotypus hic electus Ph. marcellina Cr.

Synonymus: Azatha Wik.; monogenotypus Ph. marcellina Cr.

Phytometra Haw. (1802); lectogenotvpus Boisduval 1836 nec Westwood 1840: Ph. viridaria Cl. Pleonectyptera Grt. v. Hemeroplanis.

Polygrammate Hb. (1818) Zutr. I. 10; monogenotypus Diphthera hebraeicum Hb.

Synonymus: Diphthera Hb. (1809-13) nec Hübner 1809 (vedi Diphthera), monogenotypus D. hebraeicum Hb.

Synonymus: Grammophora Gn. (1852); lectogenotypus Hampson 1908 hebraeicum Hb.

Polymixis Hb. (1820) Verz. 205; spp.: Noctua polymita L. (seladonia F. = ridens Hb.); Noctua ligustri Scff. Genotypus per alliteratio, et lectogenotypus hic electus Nectua polymita L. Hampson ha citato come tipo la N. filigramma Esp. che non pare compresa nel lotto originale, essendo sinonimo della polymita di Hübner (= polymita Scff.) e non della polymita di Linneo. Polypogon Schk. v. Macrochilo. Prophyla Hb. v. Pyrophyla.

(1) Cfr. Obratzov, «Eos» XXIX, 1953 p. 143.

18 | E. BERIO

Ptilodon Hb. (1809-13) Erste Zutr. 4, pl. 6; monogenotypus P. uncium Hb.

Synonymus: Meropis Hb. (1818) Zutr. I (vedere la trattazione di Blepharum). Monogeno- typus P. uncium Hb. [Omonymus: Meropis Hb. (1822) Alphab. Verz.; spp.: N. thalictri Bkh.; N. auricularis Hb. Lectogenotypus hic electus N. auricularis Hb. (= Phalaena tirhaca Cr.): Synonymus: Ophiusa Ochs. (1816). Lectogenotypus Duponchel 1829: tirhaca Cr.].

Synonymus: Gonodonta Hb. (1818); spp.: Ptilodon uncium; Phalaena sicheas Cr. Lectogeno- typus hic electus P. uncium Hb. (Gonodonta uncium Hb.).

P[y]rophila Hb. (1809-13) Erste Zutr. 4 Tav. 12. Intendo dimostrare che la grafia di Hubner Prophyla è frutto di un errore di stampa. Pyrophyla nasce col T'entamen per una specie che Ochsenheimer (1816) passò nel suo genere Amphipyra. Hübner adottò questo nome generico includendovi sia la specie del Tentamen che quella poi inclusa nel Prophyla (err. pro Pyro-

phyla).

(Tentamen) | Erste Zutr. | Ochsenheimer Zuiräge I Verzeichniss Aphab. Verz. | 1806 | 1808 1816 1818 1820 1822

| Pyrophyla P[y]rophila Amphipyra Amphipyra Amphipyrae | Amphipyra

| (Pyrois)

| pyramidea L. pyramidea L. pyramidea pyramidea

| (Phosphila) (Phosphila)

| turbulenta turbulenta turbulenta

Monogenotypus: P. turbulenta Hb. Omonymus: Pyrophyla Steph. (1829); lectogenotypus Boisduval, 1836 N. tragopoginis Linn.

Synonymus: Phosphila Hb. (1818). Hemming 2 specie per questo genere, ma Hiibner nel Zuträge mette: « Phosphila turbulenta, simile a P. perflua F.». Nel Verzeichniss, che nel 1818 era già schematizzato (vedi la trattazione di Anticarsia), la specie perflua è inclusa nel gen. Pyrois: quindi la citazione del Zutrige 1818 deve ritenersi fatta: « Phosphila turbulenta simile a Pyrois perflua F. ». Il genere diventa monotipico.

Rhytia Hb. (1823) Verz. 264; spp.: Phalaena cocalus Cr,; Noctua materna L.; Phalaena hyper- mnestra Cr. Lectogenotypus hic electus N. materna L.

Synonymus: Argadesa Moore 1881 (1 sp.). Monogenotypus N. materna L.

Salia Hb. (1818) Samml. Exot. I. pl. 208; monogenotypus S. mimalis Hb.

Synonymus: Megatomis Hb. (1821) Index Exot. Lep. p. 5 (1 sp.). Monogenotypus S. mi- malis Hb.

Sarrothripinae Hmp. v. Nycteola. Sarrothripus Curt. v. Nycteola.

Schinia Hb. (1818) Zutr. I. 8, 11, 14; spp.: Euclidia trifascia; Euclidia gracilis ; Euclidia bifascia Hb. (Hemming segna 4 spp. (:)). Lectogenotypus Grote 1874: E. trifascia Hb. Synonymus: Trileuca Grote 1883; lectogenotypus Hampson 1903: trifascia (Hb.) (? = trifa- sera Aarote 1).

Simyra Ochs. (1818); lectogenotypus Boisduval 1836: Noctua venosa Tr. nec Westwood, 1840 Noctua nervosa Scff. ut Tams, 1939. Omonymus: Symira Hb. (1821) Verz. 240 prob. err. pro Simyra Ochs. Lectogenotypus hic electus: Noctua degener Hb. (= N. venosa Bkh.).

GENERI DI NOCTUIDAE 19

Speiredonia Hb. (1823) Verz. 272; spp.: Phalaena retorta Cr.; Ph. spiralis Fab.; Ph. zamis Stoll. ; Ph. obscura Cr.; Ph. feducia Stoll.; Ph. luminosa Cr. Lectogenotypus Hampson 1894 (Moths Ind.) Ph. feducia Stoll. Successivamente Hampson lo impiegò tra le Catocalinae (Cat. XII, 146) come genere di retorta L.. scrivendolo anzichè Speiredonia, Spiredonia. Quivi però va sostituito con Spirama Gn. (1852).

Spirama Gn. v. Speiredonia. Spiredonia Hb. v. Speiredonia. Subrita Wlk. v. Nycteola. Syneda Gn. v. Drasteria.

Syrnia Hb. (1821) Samml. Exot. II. 207, 208, 210; spp. : Syrnia strix Hb. (nec Noctua strix L.); S. ‘mineis Hb.; S. hypnois Hb. (Hemming 2 specie sole: Vol. II, p. 259). Lectogenotypus hic electus S. strix Hb. (= Phalaena agrippina Cr.).

Synonymus: Thysania Dalm. 1825. Lectogenotypus hic electus Ph. agrippina Cr.

Tethea Ochs. v. Bombycia. Thysania Dalm. v. Syrnia. Trachea O. v. Achatia.

Triaena Hb. (1818) Zutr. I, 21; spp.: Apatele tritonia Hb.; Noctua psi L. Lectogenotypus Grote, 1883: N. psi L. | | |

Synonymus: Cuspidia Chap. (1890); lectogenotypus Hampson 1909: N. psi L.

Tribonophora Hb. (1809-13) Erste Zutr. 5, pl. 19; monogenotypus T. pygmaea Hb. Omonymus: Tribunophora Hb. (1822) Alph. Verz. Synonymus: Paectes Hb. 1818, monogen. T. pygmaea Hb.

Tribunophora Hb. v. Tribonophora. Trichosea Grt. v. Moma. Trigonodes Hb. v. Chalciope. Trileuca Grt. v. Schinia.

Xanthia Hb. (1809-13) Erste Zutr. 4, pl. 11; monogenotypus X. rufago Hb. Omonimus: Xanthia Ochs. 1816; lectogenotypus Curtis (1825) N. flavago Scff. Xantholeuca Stph. v. Fodia.

Xestia Hb. 1818 Zutr. I, 16; spp.: Gloee chloropha Hb.; Noctua ochrojois Hb. Lectogenotypus Hampson 1904 Noctua ochreago Hb. (ochrojois Hb.).

Synonymus: Hyptelia Guen. 1852; lectogenotypus Hampson 1903: ochreago Hb.

Zale Hb. (1818) Zutr. I, 11; monogenotypus Lemur horrida Hb.

Synonymus Lemur Hb. (1809-13) Erste Zutr. 4, 5 pl. 5, 17; lectogenotypus hic electus L. horrida Hb. [Praeocc. Linneo (1758)].

Zebeeba Kirby v. Nycteola.

21

CESARE Conci - Livio TAMANINI

ALBERTO BRASAVOLA DE MASSA (1886 - 1956)

La piccola famiglia degli entomologi trentini ha subito recentemente una dolorosa perdita: il 10 aprile 1956 si è spento d’improvviso a Verona, settan- tenne, il N. H. Alberto Brasavola de Massa, che fu per molti anni figura di pri- missimo piano nel campo naturalistico della nostra Regione.

Nato a Verona da antica nobile famiglia trentina il 26 giugno 1886, passò la prima giovinezza ad Avio (Trento). Frequentò quindi il Ginnasio - Liceo di Verona e fu iscritto alla facoltà di Chimica dell’Università di Milano e poi di Scienze dell’Università di Padova. |

Trascorse la massima parte della Sua esistenza ad Avio, dove la Famiglia possedeva un austero palazzo e notevoli beni.

La passione naturalistica sorse in lui ancor giovanetto e con essa l’amore per i Coleotteri, che cominciò ben presto a raccogliere e studiare. Ancor nel 1908 Bernardino Halbherr di Rovereto nell’« Aggiunta all’elenco sistematico dei Co- leotteri finora raccolti nella Valle Lagarina » Lo citava tra i suoi più attivi colla- boratori nello studio dei Coleotteri trentini.

Allo scoppio della guerra 1915-18 si arruolò volontario nel Corpo del Genio. Dopo l'occupazione di Borghetto ed Avio da parte dell’esercito italiano fu per alcuni mesi Commissario straordinario di quei comuni.

Finita la guerra si stabilì ad Avio e riprese la Sua attività naturalistica, in stretto contatto coi roveretani Halbherr e Cobelli prima e coi trentini Trener Bonomi poi.

Nel 1927 venne nominato Conservatore Onorario del Museo di Storia Na- turale della Venezia Tridentina in Trento e nel 1937 vi fu eletto Presidente del Collegio dei Conservatori, carica che mantenne fino al 1945. Dedicò pertanto quasi un ventennio di lavoro intelligente ed appassionato all’organizzazione del Museo di Trento, in stretta collaborazione col suo Direttore prof. Lino Bonomi, coa- diuvandolo nell’imprimere all’Istituto un notevole ed equilibrato impulso scien- tifico. Si occupò molto, con ottimi risultati, della formazione dei Centri di rac- colta di Insetti di tutti gli Ordini nelle valli trentine e predispose le escursioni entomologiche che venivano effettuate dal personale del Museo. Presso questo ini- ziò l’impianto delle collezioni di Coleotteri e di Emitteri.

Seguendo l’esempio del Suo Maestro, il roveretano Bernardino Halbherr, si occupò prevalentemente di Coleotteri e di Emitteri, gruppi sui quali raggiunse una notevole competenza. Ma particolarmente la Sua attenzione fu rivolta ai Cerambycidae, Chrysomelidae e Scarabaeidae : di quest'ultima famiglia era veramen- te un ottimo conoscitore, nei riguardi della fauna europea.

. Futrai pochi coleotterologi che raccolsero e studiarono pure gli stadi preim- maginali. ©

Molto si adoprò anche per dare basi scientifiche ai vari Gruppi Grotte, che andavano formandosi dopo il 1926 in diversi centri del Trentino, e per indirizzare e sostenere le loro ricerche. A questo proposito si può ricordare che il primo Co- leottero troglobio trovato nella Regione dopo la guerra, la Batysciola baldensis

22 + CONCI - TAMANINI

Müller, fu scoperta da Lui e dal Conte F. Hartig nella Grotta dei Cervi, sul Monte Baldo, nel 1928.

Uomo retto ed onesto in ogni Sua attività, molto si risentì del modo con il quale il Comitato Nazionale di Liberazione di 'Trento, nel 1945, lo allontanò da quel Museo a cui aveva profuso per tanti anni ogni Sua migliore energia. Da allora, nei Suoi studi e ricerche, si appoggiò completamente al Museo Civico di Storia Naturale di Verona, con il quale era pure, da anni, in cordiali rapporti di collaborazione e di cui nel 1949 venne nominato Conservatore Onorario, curandone la sistemazione delle collezioni di Coleotteri e di Emitteri.

Persona affabile ed oltremodo cordiale, fu in relazione coi più noti coleotte- rologi italiani e stranieri, che spesso ospitava nel Suo nobile palazzo di Avio. Chi scrive Lo ricorda, con particolare commozione, quale Maestro e Compagno in numerose ricerche nel Trentino.

Il Suo nome resta legato soprattutto alla Sua attività organizzatrice. Non ostante le vaste conoscenze e l’ottima cultura, era assai restio a pubblicare. La- scia infatti un numero di lavori piuttosto modesto, in relazione a quanto avrebbe potuto scrivere.

I Suoi otto brevi « Contributi alla conoscenza dei Coleotteri trentini » con- tengono descrizioni di stadi preimmaginali di Trechidi, Ditiscidi, Catopidi ed Idrofilidi, osservazioni biologiche e notizie faunistiche. Interessante il lavoro sul genere Aethiessa, purtroppo l’ultimo da Lui pubblicato.

Ricordiamo ancora che fu membro di numerose Società scientifiche italiane e straniere: la Deutsche Entomologische Gesellschaft dal 1907, il Museo Civico di Rovereto dal 1910, la Società Entomologica Italiana dal 1927, l'Accademia degli Agiati di Rovereto dal 1930, P Accademia Scientifica Veneto-Trentino-Istriana dal 1930, la Société Entomologique de France dal 1937, l'Accademia di Agri- coltura, Scienze e Lettere di Verona dal 1940, ecc.

Lasciò una notevole collezione di Coleotteri, ricca di circa 230 scatole, tra cui di grande valore scientifico le 72 grandi scatole di Scarabaeidae europei, ed una di Emitteri, contenuta in una trentina di cartoni. Inoltre una raccolta di larve di Coleotteri, comprendente circa 200 specie. La Sua ricca biblioteca spe- cializzata e le collezioni sopranominate sono state acquistate dal Museo Civico di Storia Naturale di Verona.

Alberto Brasavola de Massa vivrà nel ricordo riconoscente e commosso dei Naturalisti trentini.

BIBLIOGRAFIA

1926 - Difendiamo il Monte Baldo. Fiori piante e farfalle esportate dagli stranieri. - Il Garda, Verona, I, 3, pp. 39-40, 5 fot.

1928 - Due caverne del Trentino - Il Garda, Verona, III, 3, pp. 45-48, 7 fot. 1928 - Il Castello di Avio - Il Garda, Verona, III, 6-7, pp. 44-48, 13 fot.

1928 - Sui metodi più razionali e moderni per la cattura degli Insetti ed il loro allevamento - Museo St. Nat. Venezia Tridentina, Trento, 34 pp., 6 Tavv. (in collab. con G. BIEGELEBEN ed F. HARTIG).

1930 - Note coleotterologiche - Studi Trentini Sc. Nat., Trento, XI, 1, pp. 71-74, 1 Tav. (Bi- dessus geminus F., descrizione della larva - Rhizophagus dispar Payk a. sc. Catoni nov. - I Contributo alla conoscenza dei Coleotteri trentini).

1931 - Contributo alla conoscenza dei Coleotteri trentini - Studi Trentini Sc. Nat., Trento, XII, 2, pp. 132-136, 3 figg. (II - Duvalius Wingelmiilleri Ganglb., Duvalius baldensis Putzi; descrizione delle larve).

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- Terzo contributo alla conoscenza dei Coleotteri trentini. Descrizione della larva della Neobathyscia antrorum Dod. - Studi Trentini Sc. Nat., Trento, XII, 3, pp. 220-224, 1 tav. - Note sulle larve dei generi Neobathyscia Miill. e Royerella Jeann. Quarto contributo alla conoscenza dei Coleotteri trentini - LVIII Pubbl. Soc. Museo Civ. Rovereto, Rovereto, pp. 13-14, I tav.

- Quinto contributo alla conoscenza dei Coleotteri trentini. Note sulla larva dell’Ochthe- bius exculptus Germ. (Col. Hydroph.) - Studi Trentini Sc. Nat., Trento, XIII, 3-4, pp. 253-258, 3 figg.

- Sesto contributo alla conoscenza dei Coleotteri trentini. La Cetonia (Potosia) angustata Germ. nel Trentino - Studi Trentini Sc. Nat., Trento, XIII, 3-4, pp. 259-262.

- Relazione sull’escursione e sulle ricerche compiute sul Montebaldo dagli Escursionisti del Dopolavoro di Avio (Gruppo Grotte) il giorno 23 ottobre 1932 - Stud: Trentini Sc. Nat., Trento, XIII, 3-4, pp. 268-273, 4 figg.

- Settimo contributo alla conoscenza dei Coleotteri trentini - Stud: Trentini Sc. Nat.,: Trento, XV, 2-3, pp. 181-189.

- Note entomologiche - Studi Trentini Sc. Nat., Trento, XVI, 2-3, p. 149.

- Ottavo contributo alla conoscenza dei Coleotteri trentini - Stud: Trentini Sc. Nat., Tren- to, XVIII, 1, pp. 75-78, 2 figg. (Note sui Duvalius Breiti Ganglb. e pavionis dal L Ae- Giolito valuloni Panz. a. latipunctata Gredl.).

- Note sul genere Aethiessa - Atti Museo Civ. St. Nat. Trieste, XIII, 8, pp. 157-164, 1 fig., Tavv. XIII-XIV.

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NICOLO CUSCIANNA

Direttore dell’Osservatorio Fitopatologico per le provincie di Imperia e Savona

Sanremo

IL COROEBUS RUBI L. INSETTO DANNOSO AI ROSAI DELLA RIVIERA LIGURE

DI PONENTE (Col. | Buprestidae)

Nel 1941, anno in cui assunsi la direzione dell’Osservatorio Fitopatolo- gico di Sanremo, fu richiamata la mia attenzione, dall’allora esistente Sezione Ortoflorofrutticola del Consorzio Provinciale Produttori dell'Agricoltura, sui danni fortissimi che un insetto recava da molti anni alle coltivazioni di rose della Provincia. La predetta Sezione richiese il mio interessamento ed il mio inter- vento per la ricerca di possibili mezzi di lotta efficienti contro il dannosissimo insetto che molte preoccupazioni dava ai fioricultori della Riviera. L’insetto era già stato osservato e determinato, in passato, dai precedenti Direttori dell’Os- servatorio, per cui mi fu facile confermare che si trattava del Coroebus rubi, noto Coleottero Buprestide, le cui malefatte erano poi note e forse sono ancora av- vertite, anche nella Riviera Francese, la cosidetta Costa Azzurra.

Ritenni indispensabile ed opportuno, anzitutto, esaminare e controllare la etologia dell’insetto, quale si verifica nella Riviera italiana, al fine di venire a conoscenza di dati ed osservazioni biografiche che mi fossero serviti di base, per potermi orientare sulla scelta delle esperienze di lotta, in rapporto a mezzi e tempi d’intervento. Lo studio biografico fu da me eseguito negli anni 1941 e 1942, nei roseti di S. Biagio della Cima, e con opportuni allevamenti di labora- torio; per quanto era possibile e compatibile con lo stato di guerra, allora esisten- te, che sempre più incalzava e rendeva estremamente difficile ogni azione di vita civile. Contemporaneamente iniziai lo studio morfologico, microscopico, del- l’insetto, nei suoi diversi stadi vitali; e lo condussi a buon punto, nelle descrizio- ni, nelle identificazioni e nei disegni. Disgraziatamente i documenti descrittivi già approntati ed il materiale conservato (insetto e sue parti, nelle diverse fasi di vita) che mi era servito e mi sarebbe ancora servito per lo studio, andarono quasi completamenti perduti o avariati, a causa del bombardamento aereona- vale del 20 ottobre 1944. Negli anni immediati e seguenti del dopoguerra, non mi è riuscito di reperire altro materiale di studio; anche perchè assillato da altri compiti e da altri problemi, non ho potuto impegnarmi nella ricerca. Non ho potuto di conseguenza rifare o completare il lavoro descrittivo morfologico; e pertanto mi decido ora a pubblicare soltanto la biografia dell’insetto, quale e come ho potuto accertarla per dirette e personali osservazioni; previa una suc- cinta descrizione dell’insetto stesso, a solo scopo di identificazione e riconosci- mento.

CENNI MORFOLOGICI

La femmina è lunga 7-10 mm.: il suo corpo tozzo, subparallelo, allungato, è completamente di color nero-bronzato, e con dermascheletro fortemente chi- tinizzato, finemente zigrinato. Il capo corto e largo, verticale, subsferico, schiac-

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ciato, è invaginato nel protorace fino agli occhi, che: sono voluminosi, ovulari, stretti e lunghi, prolungati fin quasi al vertice. Le elitre sono subrettangolari debolmente denticolate, leggermente ristrette nel mezzo, e terminano in una punta poco aguzza; presentano macchie pubescenti di peli grigio-chiari, trasver- sali, larghe, a disegni irregolari, ondulati e nebulosi. Il pronoto ampio, a lati curvilinei, ha la base tronca che disegna una linea sinuosa fra gli opposti angoli.

Il maschio è di taglia un po’ più piccola, ma non differisce dalla femmina; che è impossibile distinguerlo, senza ricorrere all’esame dell’apparato genitale.

La larva matura è di forma lunga, depressa e dilatata in avanti, riconosci- bile come quella di tutti i Buprestidi: misura in lunghezza mm. 20 circa. Il corpo che si compone di 13 segmenti (tre toracici e dieci addominali), è di colore fonda- mentale biancastro o appena giallastro, più pronunziato nelle parti cefaliche ed anali. Il capo, fortemente invaginato nel protorace, un po’ più largo del corpo, è ortognato, subdepresso, gradualmente allargato all’indietro, a contorno sub- circolare. Il protorace è più largo di tutti i segmenti seguenti: mesotorace, me- tatorace e primo segmento addominale, sono uguali fra loro. I segmenti addomi- nali, dal secondo al settimo, sono simili fra di loro, ugualı, larghi, sporgenti leg- germente ai lati. L’ottavo segmento addominale è più corto ed un po’ meno largo dei precedenti; il nono, largo quanto l’ottavo, è molto basso; l’ultimo segmento, il decimo, è subtriangolare, diviso da un solco mediano longitudinale in due parti, ciascuna delle quali termina con una punta subacuta, robusta, sclerificata, den- tata al margine interno: queste due punte insieme formano un robusto forcipe. Tutti i segmenti sono provvisti di una minuta scultura pigmentata tegumentale zigrinata, ordinata in aree e zone. Tricotassi presente solo nell'ultimo segmento anale. Zampe ed aree ambulacrali assenti. Stigmi, nove paia, di cui un paio an- teriore e laterale nel mesotorace, e gli altri otto paia anteriori e dorsali nei primi otto uriti.

L’uovo è ovale, ha un aspetto emisferico, globoso, e misura mm. 2 di lun- ghezza, per 1 di larghezza; è liscio, opaco, pigmentato, di color bruno o caffè- latte; è rivestito di una sorta di mucillagine biancastra, che lo protegge e lo fissa, che si solidifica rapidamente all’aria, assume un colore giallastro e si distacca fa- cilmente come una scaglia.

La ninfa è ovale, allungata, molle, grassoccia; misura 11 mm. di lunghezza e 4 di larghezza; appena formata, bianco- giallastra, si colora in bruno, dopo quindici giorni.

DISTRIBUZIONE GEOGRAFICA E PIANTE ATTACCATE

La specie è presente in Italia, Francia, Spagna, Svizzera, Austria, Balcani, Russia Meridionale, Asia minore, e forse nella Germania del Sud; non risulta nell'Africa del Nord. In Italia, la regione colpita dalla infestazione di questo insetto, è la Liguria (riviera italiana dei fiori); in Francia, la Costa Azzurra (zona di Antibes) e la Provenza.

La larva di questo Bupreste, come descriveremo e specificheremo in se- guito, in sede di biografia, attacca esclusivamente il rovo, tutte le specie di rovo, e specialmente il Rubus fruticosus, e molte specie di rose. Dei portainnesti, la Rosa canina, è piuttosto refrattaria all’attacco; mentre la Rosa indica, e sue va- rietà, vanno molto soggette alla infestazione. Le rose selvatiche, come la R. centifolia, sono molto attaccate; così pure le rose coltivate, e specialmente quelle a produzione forzata. In genere può dirsi che le rose a vegetazione rigogliosa (se razionalmente coltivate) e grande sviluppo resistano bene all’attacco del

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Coroebus; ciò si verifica specialmente per le rose a produzione di petali per pro- fumeria, allevate a cespuglio, con molti rami e steli.

BIOGRAFIA

L’adulto del Coroebus, compare nella seconda metà di maggio, ed il suo sfarfallamento, cioè la fuoriuscita dai ceppi delle rose (ove si formano le ninfe), si protrae almeno per un mese; può verificarsi fino alla metà di giugno, raggiun- gendo il massimo del volo, a fine maggio - primi di giugno. Esso vive lungamente; la femmina, fino a 7-10 settimane: comunque dalla metà di luglio, non si vede più l’insetto adulto, nei roseti.

Il Coroebus è un buon volatore, però non si sposta di molto dal luogo della sua nascita; preferisce, per il suo soggiorno e la sua attività, le località molto riparate e soleggiate. È molto vorace ed ha bisogno di abbondante nutrimento, per le sue funzioni riproduttive (maturazione delle uova specialmente, da parte della femmina); si nutre delle foglie delle rose, di cui rode i lembi, praticando nel tessuto della lamina, incisioni circolari o semicircolari profonde, senza or- dine, e preferendo i tessuti fogliari bene sviluppati, coriacei, brillanti, verde cupo, piuttosto che organi teneri.

L’accoppiamento ha luogo parecchi giorni (8-10) dopo la nascita, ed in genere su di una foglia. Le uova vengono deposte dalla femmina fecondata, dopo alcuni giorni, sulla corteccia verde e liscia delle branche della pianta, che si di- partono dal fusto interrato; quindi presso terra; raramente la deposizione ha luogo in alto, alla biforcazione di rami di un certo diametro, o sulle foglie (in cattività). Una femmina può deporre 40-50 uova, e le depone isolatamente sulle rose o sui rovi, una o due volte al giorno, per circa un mese; ciò si verifica fino a luglio inoltrato.

L’incubazione dura 18-20 giorni; la larvetta neonata, sguscia da una larga apertura del corion dell’uovo, con la testa dal lato del supporto, dissocia i tessuti epidermici del ramo, ove è nata, ed in brevissimo tempo penetra ed è nascosta sotto la corteccia. Alla fine di luglio, prima decade di agosto, si osservano chia- ramente le nuove gallerie larvali, che iniziano su di un ramo verde, giovane, sem- pre alla distanza di 3-6 cm. dall’attacco del ramo al fusto; la galleria è larga un mm. e si presenta come un cordoncino. La discesa della galleria stessa nel fusto fra epidermide e cambio, si effettua rapida, a spirale, (a spire regolari interrotte da linee verticali), più o meno sinuosa, a seconda della consistenza della cor- teccia. La larva, dotata di forte geotropismo positivo, scava rapidamente la sua galleria procedendo di 15-20 mm. al giorno; ingerisce i tessuti disgregati e rigetta indietro gli escrementi, che tappano la galleria, man mano che questa si allunga. Compie quattro mute; ad ogni muta corrisponde una età di vita, ad ogni età corrisponde un aumento di attività e voracità che porta all’ allargamento della galleria. Dopo 60 giorni di vita, la larva ha raggiunto la terza età e con essa i 16-18 mm. di lunghezza; i tessuti della pianta ospite vengono divorati con sem- pre più voracità, mentre il suo geotropismo diviene indifferente. Al principio di autunno, la larva stessa, ha raggiunto quasi le radici ed è in grado di attaccare in profondità i fasci liberolegnosi; il suo geotropismo diventa negativo, ed essa (lunga 20 mm. circa) risale il fusto della pianta, sempre scavando la sua galle- ria (3-4 mm. larga). Oramai a gennaio, avviatasi a divenire adulta, rallenta la sua attività, rimonta il fusto, quasi verticalmente, ed in primavera, va a scavare in cima alla galleria, una cella oblunga, che sarà, diciamo così, la culla della ninfa. Cella che viene a formarsi nel fusto sempre al disopra della terra, in corrispon-

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denza dell’impianto delle branche; o in qualcuna di queste, all’altezza, su per. giù, dell’inizio della galleria larvale. La cella ninfale è protetta dall’esterno, da un lieve spessore di tessuto vegetale. |

La galleria larvale, in sintesi, è una escavazione praticata nel cambio, che discende, in un primo tempo, poco incisa, elicoidale, con spire sempre più profonde, di numero variabile, prima ravvicinate, poi distanziate fra di esse, so- vente con variazioni a nodi ed arabeschi. A discesa ultimata, la larva pratica una incisione quasi anulare attorno al colletto della pianta; indi in un secondo tem- po, dal dicembre in poi, la galleria risale, negli strati libero-legnosi, sempre a spirale più larga, ancora più profonda, e termina, approfondita nel legno fino al midollo, dopo un'attività larvale di 9-10 mesi (luglio- aprile), nella cella ninfale predetta.

La ninfosi si verifica, di solito, nel mese di aprile, o al principio di maggio, e dura 15-20 giorni; l’insetto adulto sfarfalla, rodendo all’estremità della camera ninfale, attraverso un orifizio circolare o ellittico, a contorno netto, del diametro di mm. 4.

COSTUMI DELLA LARVA

INFLUENZE NEGATIVE SULLA SUA VITA - DANNI DA ESSA PROVOCATI

La galleria larvale, come abbiamo detto, corre quanto mai sinuosa ed ir- regolare. Se nel corso della sua attività, la larva incontra un tratto di galleria, da essa stessa in precedenza scavato, o preesistente nel cambio della pianta, non lo attraversa mai; ma lo scarta biforcando, proseguendo a fianco, oppure passa di sotto. Se proprio non ha la possibilità di evitare l'ostacolo (che può essere rappresentato anche da un nodo), la larva blocca la sua attività e muore; ciò, sembra, succede perchè la larva stessa ha estrema repulsione per le sue deie- zioni.

La larva ha bisogno di aria per vivere, e di tessuti sani, asciutti per espli- care la sua attività; calore ed umidità influiscono pertanto rispettivamente in senso positivo e negativo, su tutta la evoluzione dell’insetto. Le piogge prolun- gate, i temporali di primavera, fanno perire le larve neonate; e più ancora gli adulti, che, numerosi in giugno, si lasciano cadere a terra e vengono trascinati dalle acque. In una pianta vive quasi sempre una sola larva, perchè uno di solito è Puovo deposto su di essa; molto raramente si rinvengono due o tre larve, per- chè non possono convivere in uno stesso soggetto. Poichè qualche volta si è no- tato, in una pianta, la coesistenza di due larve, di età e statura notevolmente di- verse, si è pensato alla possibilità che qualche larva impieghi due anni a compiere il suo ciclo completo di sviluppo; ma non sembra che ciò corrisponda alla realtà; più probabilmente, si tratta di due individui, nati a sensibile distanza di tempo Juno dall’altro e penetrati nella pianta, al corrispondente intervallo di tempo.

La pianta di rosa può venire attaccata dal Coroebus, al primo anno di col- tivazione, quando può dirsi è ancora talea radicata (1); in tal caso, la piantina non resiste all’attacco e muore. Può invece essere attaccata negli anni successivi, una sola volta, cioè per una sola annata; in tal caso, se le lesioni prodotte dall’in- setto non sono state gravi, la pianta vegeta, alla meglio, per un certo numero di anni. Infine, se la pianta subisce l’attacco del Coroebus, ripetutamente, allora

(1) In questa evenienza, la larva penetra nel canale midollare della piantina; non potendo ovviamente praticare la galleria elicoidale sottocorticale.

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muore in due-tre anni; il primo anno secca una branca, il secondo anno ne secca un’altra e così di seguito. È da osservare comunque che le piante adulte vigorose di una certa età, resistono alla infestazione meglio delle più giovani.

La galleria scavata dalla larva del Coroebus, come innanzi descritto, inte- ressa. ii cambio, assottiglia lo strato di legno, per cui disorganizza prima l’elabo- razione della linfa in fase ascendente e poi ne interrompe la circolazione. La pianta, in principio dell’attacco, reagisce, con la formazione di tessuti di cicatriz- zazione; ma, in seguito, quando le ferite sono più gravi e profonde e disorganiz- zano il suo sistema di nutrizione, ingiallisce, deperisce, nelle sue branche e nei suoi rami, e soccombe. D'altra parte è da tener presente che un forte flusso di linfa, mette in difficoltà la vita della larva, che viene ostacolata nella sua funzione respiratoria; la larva che ha bisogno di tessuti sani, per il suo ciclo evo- lutivo, e muore, se perviene in parti di pianta disseccate. Ecco perchè le piante robuste, vigorose, sono capaci di ostacolare con un certo successo, la attività del Coroebus. I danni, in presenza di notevole infestazione di Coroebus (le femmine sono molto più numerose dei maschi), sono notevoli; in certe zone, in certe serre, le perdite delle piante raggiungono il 50%; anche se non del tutto morte, la vegetazione di esse si fa stentata, la produzione debole e di scarso valore commer- ciale, e pertanto devono essere sostituite.

Le erosioni praticate dagli adulti al fogliame delle piante non pregiudi- cano la vegetazione delle stesse.

MEZZI DI LOTTA

Fino al 1941, anno in cui, come ho scritto, iniziai lo studio biografico di questo insetto, i consigli dati dai tecnici .e dagli autori, per la lotta contro di esso, erano i seguenti. Individuare e distruggere, col fuoco, nell’inverno, le rose coltivate, che risultassero attaccate dal Coroebus allo scopo ovvio di eliminare materiale di allevamento e riproduzione, suscettibile di riversarsi in primavera- estate, su altre piante coltivate. Praticare sulle piante e specialmente sul fogliame delle rose, irrorazioni con arseniato di piombo, a congruo dosaggio (0,5-1%), nel numero di tre- -quattro (ogni due settimane), dalla seconda metà di maggio alla prima metà di luglio: allo scopo di avvelenare gli adulti che, sfarfallati, si portano, come si è detto, sulle foglie, per nutrirsi. Raccogliere gli adulti stessi, a mano, di primo mattino, dal maggio al luglio. Tenere le coltivazioni, anche d’estate, libere e pulite da erbe spontanee ed infestanti. Eseguire laute e razionali concimazioni, perchè la vegetazione delle piante risulti vigorosa e robusta. Irrigare le coltivazioni anche dal giugno all’agosto, perchè la pianta in succhio si difende meglio dall’at- tacco, dato che la linfa copiosa ostacola ed inibisce, soffocandola, la vita della larva, quando scava la galleria. |

Quando nel 1942, dopo essermi ragguagliato, nell’anno precedente, sul mo- do di vivere dell’insetto, nell'ambiente della riviera, esaminai il problema dei mezzi di lotta che potevano essere impiegati efficacemente contro l’insetto stes- so, formulai alcune considerazioni, che mi permisero di orientarmi sul piano pro- grammatico e sperimentale. Pensai cioè che, pur riconoscendo che l’avvelena- mento degli adulti determinava la rarefazione se non la eliminazione completa degli agenti primi d’infestazione, la soluzione del problema di questa lotta, do- veva ricercarsi nei tentativi di impedire prima la deposizione delle uova da parte degli adulti e poi di eliminare i bruchi eventualmente neonati, con un’azione com- binata insetticida di repulsione e di contatto. Formulai, nel 1942, diversi miscugli

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di prodotti insetticidi: addizionai il polisolfuro calcico (5%) al solfato di nicotina (0,150%) ed al solfato ferroso (3%); oppure ad olio catramoso; oppure all’ar- seniato di piombo; con aggiunta di bagnante in tutti e tre i casi. Eseguii esperienze su tre parcelle di roseto in San Biagio della Cima ‘(complessivamente 800 piante), corrispondenti ai tre miscugli insetticidi predetti; i quali miscugli furono messi in opera, con tre trattamenti eseguiti, per ciascuno a date diverse, dalla seconda meta di maggio alla seconda metà di luglio. Al fogliame delle piante di tutte le tre parcelle fu somministrato arseniato di piombo, alle date 25 maggio, 5 giugno, 25 giugno. I risultati di queste esperienze, rilevati nell’ottobre 1942 e nel maggio 1943, furono assai incerti; in generale, la vegetazione delle piante si presentava mortificata, e l’attacco del Coroebus, in atto o già subìto, era evidente. Forse il miscuglio di polisolfuro, solfato di nicotina e solfato ferroso, aveva avuto qualche apprezzabile effetto; ma non si poterono ricavare dati sicuri che con- fermassero questa impressione ottimistica. Probabilmente le cause degli insuc- cessi furono diverse; scarso potere residuo delle sostanze attive adoperate (ivi compreso l’arseniato); notevole difficoltà di eseguire trattamenti tempestivi, in relazione all’irregolare ciclo di vita dell'insetto; l’aver operato su piante già in precedenza infestate.

Ritenni pertanto opportuno ripetere le esperienze nell’anno 1943 con cri- teri diversi, suggeriti dalla esperienza negativa dell’anno precedente e cioè: operare su piante giovanissime, di un anno d’impianto, che dessero sufficiente garanzia di non essere già infestate dal Coroebus; sostituire il polisolfuro di calcio, anche perchè risultato caustico specie se a forte dose (10%), con polisolfuro di . di bario, più stabile, al 6% ; eseguire quattro trattamenti (fine maggio, 15 giu- gno, 30 giugno, 15 luglio), invece di tre, con la speranza che la difesa riuscisse più tempestiva e razionale. Ma nell’estate del 1943, com'è noto, la guerra volse al peggio; mancarono i mezzi, mancò la tranquillità di operare ‘nella vita civile, per cui non potei realizzare il piano sperimentale che avevo programmato.

Cessato finalmente lo stato di guerra, venni a conoscenza che nuovi principi attivi insetticidi erano stati formulati o comunque erano passati dall'ambito della ricerca di laboratorio al campo applicativo, per le necessità e gli imperativi bellici; alludo ai primi insetticidi clorurati organici, messi in commercio, cioè al’HCH ed al DDT. Pensai pertanto di provare queste sostanze, per la lotta contro il Coroebus, tenendo presente il lungo potere residuo di esse, sia per azio- ne di ingestione che di contatto, elettiva sul sistema nervoso. In un primo tem- po, associai l’HCH o il DDT (p.b. 10% di titolo, all’1%) al polisolfuro di bario (3%) ed al solfato ferroso (3 Kg.); in un secondo tempo, quando l’industria for- mulò prodotti più stabili, più efficienti ed a più elevato titolo, impiegai clo- rurati organici da soli (Lactodit BPD., DDT colloidale 50% di titolo, al 2%). Le esperienze furono effettuate negli anni 1947-48 e 1950-51; nel primo biennio (1947-48) con clorurati bagnabili, associati, come detto, ad altre sostanze inset- ticide, in un’azienda sita in frazione di Ventimiglia, su di una coltivazione di piante messe a dimora nell’annata; e nel secondo biennio (1950-51) con DDT colloidale in una coltivazione di rose di primo impianto sita in San Biagio della Cima. I risultati furono promettenti e soddisfacenti, sia nelle prime che nelle seconde esperienze tanto da permettermi di formulare concrete e precise norme di lotta, da consigliare ai coltivatori di rose; norme imperniate sulla esecuzione di alcune irrorazioni alle piante, con DDT emulsionabile ad alto titolo, in corri- spondenza dell’inizio del ciclo annuale riproduttivo dell’insetto, cioè a fine mag-

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gio, 0 primi di giugno, e poi ancora nella terza decade di questo mese o eventual- mente nella prima decade di luglio.

Non mi sono più occupato in seguito di questo problema, per cui non sono in possesso di dati sperimentali o probanti sulla efficacia ed il comportamento, per la lotta che qui ci interessa, di altre sostanze attive che sono state formulate in questi ultimi anni: clordano, aldrin, dieldrin, eptacloro.

Sta di fatto che attualmente il problema stesso non sembra essere più sen- tito e di attualità, come lo era nei decenni passati; lamentele per le malefatte del Coroebus non se ne ascoltano quasi più; non vengono denunciati danni, ed è molto difficile reperire materiale infestato. Ritengo che l’uso degli insetticidi organici di sintesi, con riferimento speciale ai clorurati, divenuto con l’andar del tempo, sempre più copioso, generalizzato, spesso indiscriminato ed irrazionale, abbia contribuito a creare un ambiente decisamente ostile alla vita del Coroebus, e ne abbia frenato, notevolmente, la riproduzione e la diffusione.

PUBBLICAZIONI CONSULTATE BALACHOWSKY A. et MESNIL L. - Les insectes nuisibles aux plantes cultivées - Tome second, pp. 1468-1472, Paris 1936. DeLLA Berra G. - Gli insetti dannosi all’agricoltura e i moderni mezzi di lotta - Hoepli U. Milano 1949; pag. 550. GENIEYS P. - Un ennemi des rosiers - Annales des Epiphyties, - 13 année, 1927. Horpuin R. - Le peuplement entomologique du rosier - Paris 1943, Tipographie Foulon. PaoLI G. - I tarli delle rose - ’? La Costa Azzurra Agricola Floreale’ Sanremo, anno IV, n. 1, 1925.

ZoccHÙ R. - Una eccezionale infestazione di Coroebus fasciatus Villers in Toscana - Redia, XXXVIII, 1953, pp. 163-168.

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CARLO CONSIGLIO

Università di Roma - Istituto di Zoologia

CONTRIBUTO ALLA CONOSCENZA DEI PLECOTTERI DI SARDEGNA (1)

Nel presente lavoro sono esposti i risultati delle ricerche compiute sulla fauna di Plecotteri di Sardegna dal 5 al 20 maggio 1955. L’isola è stata percorsa in motoscooter in direzione Nord-Sud seguendo gli itinerari che sembravano più interessanti. Questo sistema mi ha permesso di visitare un buon numero di corsi d’acqua lungo la strada che percorrevo, corsi d’acqua che sarebbero stati altri- menti difficilmente raggiungibili. A ciascuno dei massicci montuosi di maggiore. interesse (Monte Limbara, Gennargentu) ho dedicato due giorni compiendo escursioni a piedi dal centro abitato più vicino.

Sui Plecotteri di Sardegna si avevano finora scarsissime notizie. RAMBUR (1842) descrive Nemura genei di Sardegna, ma, come dirò più avanti, non è pos- sibile riconoscere con*sicufezza tale specie. Costa (1886) segnala in Sardegna la presenza di Chloroterla apicalis (Newm.) che confermo nel presente lavoro.

In base alle mie ricerche, esistono in Sardegna le seguenti specie di Ple- cotteri:

Brachyptera auberti sp. n.

Tyrrhenoleuctra zavattarit (Consiglio).

Leuctra ?geniculata (Stephens).

Leuctra sp. (gruppo fusca L.).

Nemoura (Protonemura) ichnusae sp. n.

Isoperla insularis (Morton).

Chloroperla apicalis Newman.

Per comodità dividerò i corsi d’acqua visitati nei seguenti gruppi:

Fiumi - Larghezza oltre 4 m., letto fangoso, rive per lo più erbose, corrente calma.

Ho visitato un solo corso d’acqua di questo tipo: il R. Araxisi presso Mea- na Sardo, m. 330, catturando Chloroperla apicalis e Isoperla insularis.

Torrenti - Larghezza oltre 4 m., letto con ciottoli, corrente media o rapida.

Ho visitato il Rio di Oliena presso il ponte della strada provinciale Nuoro- Oliena, m. 200 (a corrente calma); e il R. Malliu presso la Cantoniera Campu Omu (Burcei), m. 390. In ambedue non ho riscontrato alcun Plecottero.

Fiumicelli - Larghezza da 1 a 4 m., letto più o meno fangoso, rive erbose, corrente calma.

Ho visitato 3 corsi d’acqua di questo tipo; in uno (Riu Molinu) ho cattu- rato Nemoura ichnusae e Isoperla insularis; in un altro (R. Mannu, Buddusò 1) accanto alle predette specie anche Brachyptera auberti e Tyrrhenoleuctra zavat- tari.

Torrentelli - Larghezza da 1 a 4 m., letto con ciottoli, corrente media o rapida.

Ho visitato 22 di tali corsi d’acqua; in 12 di essi ho riscontrato Nemoura ichnusae e Isoperla insularis. In uno di questi (affl. destra R. Gutturu Mannu presso

(1) Lavoro eseguito con un contributo del Consiglio Nazionale delle Ricerche.

32 C. CONSIGLIO

Is Pauceris) ho raccolto accanto alle predette specie anche la larva di Tyrrhenoleuc- tra zavattarü. In un altro (R. Fiuminalto, Aggius 2) ho raccolto accanto alle prime due specie anche Chloroperla apicalis e Leuctra (ape

Ruscelli di media altitudine - Larghezza meno di 1 m ri con fango e ciottoli, corrente media o rapida, altitudine sotto 600 m. |

Ho visitato due soli di tali corsi d’ acqua; in uno di essi (aff. sin. R. Antas) ho catturato Nemoura ichnusae.

Ruscelli di montagna - Larghezza meno di 1 m., letto di pietra o con ciot- toli, corrente media o rapida, altitudine sopra 600 m.

Ho visitato 12 di tali corsi d’acqua; in 4 di essi ho raccolto Plecotteri (Ne- moura ichnusae, Tyrrhenoleuctra zavattarii e Isoperla insularis).

Ruscelli di pascolo - Larghezza meno di 1 m., letto con ciottoli e fango, cor- rente calma, altitudine sopra 600 m.

Ne ho visitati due: in uno ho raccolto Brackiipiäke auberti, in ambedue Tyrrhenoleuctra zavattarit.

Sorgenti reocreniche.

Ne ho visitate 6. In 5 di esse ho raccolto Nemoura ichnusae i cui SS mostra- vano una forte tendenza al brachitterismo. In due sorgenti reocreniche la specie predetta era accompagnata da /soperla insularis e in una anche da larve di Leuctra

sp. (gruppo fusca).

Le due specie più comuni peo sono quindi Nemoura ichnusae e Isoperla insularıs. Ambedue hanno tendenza al brachitterismo e in genere non si raccolgono falciando le erbe e i cespugli con il retino, ma sulle rive e sulle pietre emergenti dall'acqua o nascoste tra le pietre vicinissimo alla superficie dell’ac- qua. La prima delle suddette specie nei ruscelli di montagna mostra una strana tendenza a localizzarsi presso la sorgente. Brachyptera auberti e Tyrrhenoleuctra zavattarii, più rare, sembrano preferire 1 piccoli e medi corsi d’acqua a corrente tranquilla; Tyrrhenoleuctra zavattarii però ama anche i ruscelli di montagna a corrente media o rapida. Leuctra sp. (gruppo fusca) è stata trovata solo in una sorgente reocrenica a 1400 m.; è probabile però che sia abbastanza comune in autunno, Infine Leuctra ? geniculata e Chloroperla apicalis preferiscono i medi e grandi corsi d’acqua a bassa altitudine.

Dal punto di vista zoogeografico, e secondo le nat conoscenze, 1 Plecot- teri di Sardegna si possono dividere come segue:

Specie endemiche: Brachyptera auberti, Nemoura ichnusae.

Specie sardo-corse: T'yrrhenoleuctra zavattaru (1), Isoperla insularis.

Specie europee: Leuctra geniculata, Chloroperla apicalis.

La fauna plecotterologica di Sardegna mostra quindi la massima affinità con quella della Corsica. Oltre ad avere due specie esclusive del sistema sardo- corso, dobbiamo ricordare che Nemoura ichnusae è molto affine a N. corsicana di Corsica, di cui è forse una sottospecie geografica. Ciò è naturale se si considera che la Sardegna e la Corsica hanno formato per lungo tempo un’unica terra.

L'esistenza di un «solco di Terranova» tra la Sardegna settentrionale e centrale, sia sotto forma di braccio di mare (JEANNEL, 1942) che di barriera eco- logica (Omopro, 1954) non trova per ora conferma nello studio dei Plecotteri. Inoltre, come comunicatomi dal Prof. VARDABASSO (cfr. ConsiGLio, 1956, pag. 88), l'ipotesi di un braccio di mare continuo e persistente in qualche periodo

(1) Raccolta in Corsica nel 1956.

PLECOTTERI DI SARDEGNA 33

del Terziario tra la Sardegna settentrionale e quella centrale non trova alcuna conferma nello studio della geologia. |

| Brachyptera auberti, Leuctra geniculata, Isoperla insularis, Chloroperla apicalis mostrano una evidente affinità con la fauna del continente europeo.

Una notevole affinità si può anche riscontrare con la fauna plecotterologica dell’Africa settentrionale e della Spagna centro-meridionale. Infatti il genere Tyrrhenoleuctra è noto anche di Algeria, Marocco spagnuolo e Sierra Morena; e Nemoura ichnusae appartiene secondo AUBERT (comunicazione verbale) allo stesso gruppo di N. talboti dell'Atlante e N. navacerrada della Sierra de Gua- darrama. Ciò è in accordo con l’ipotesi di un «ponte» sardo-tunisino (Galita- brücke) di HoLpHaus (1924), confermata da Omopro (1954) attraverso lo studio degli Oligocheti terricoli, o con l’ipotesi di un « ponte betico-sardo » di JEANNEL (1942) basata sullo studio dei Coleotteri cavernicoli. Anche la Spagna ha avuto simili connessioni territoriali con l’Africa settentrionale.

ARCANGELI (1950, pag. 182-184) attraverso lo studio degli Isopodi terrestri della Sardegna nega invece l’esistenza di un’affinita con la fauna dell’Africa set- tentrionale spiegabile mediante una passata connessione territoriale.

E’ interessante rilevare che le uniche specie di Plecotteri sardi che sembrano presenti anche sul continente (Leuctra geniculata e Chloroperla apicalis) sono due specie che a differenza dalla maggior parte dei Plecotteri amano i grandi corsi d’acqua di bassa altitudine. Il fatto è facilmente spiegabile ammettendo che esse siano pervenute in Sardegna in epoca recente attraverso una connessione terri- toriale formata da basse terre che abbiano funzionato da barriera ecologica per altre specie stenoecie. Questa connessione territoriale va con ogni probabilità identificata con il ponte corso-toscano del Quaternario (Elbabrücke, HoLDHAUS, 1924) e l’immigrazione sarebbe quindi avvenuta attraverso la Corsica. In Sardegna Leuctra geniculata e Chloroperla apicalis si sarebbero sovrapposte su una fauna plecotterologica preesistente, formata da elementi giunti in epoca più antica attraverso connessioni territoriali da Sud e da Nord, o residui di una fauna di una più vasta terra frammentatasi. Brachyptera auberti e Isoperla insularis, che mostrano una grande affinità con specie del continente europeo, possono deri- vare da specie che abbiano seguito nella loro diffusione la stessa via di Leuctra geniculata e Chloroperla apicalis, oppure un’altra via in epoca più antica.

ELENCO DELLE STAZIONI DI RACCOLTA

Per ogni località indico di seguito: denominazione convenzionale, nome del corso d’acqua, località, altitudine, tipo di corso d’acqua, velocità della cor- rente, temperatura dell’acqua al momento della raccolta. La denominazione con- venzionale utilizza il nome del paese più vicino; quando ho esplorato più stazioni presso lo stesso paese le ho contraddistinte mediante un numero progressivo. I nomi sono stati desunti dalle carte dell’Istituto Geografico Militare all’ 1:100.000 o del Touring Club Italiano all’1:200.000 Le altitudini sono state desunte’ dalle stesse carte o lette sull’altimetro. I nomi dei corsi d’acqua sono in corsivo.

Tempio Pausania 2 - Rizolu del Curadore o affl., M. Limbara, m. 950-970, ru- scello di montagna, corr. media, T. 19°.

Tempio Pausania 3 - Rizolu del Curadore o affl., M. Limbara, m. 990, ruscello di pascolo, corr. lenta.

Tempio Pausania 4 - R. Pisciaroni, M. Limbara, m. 1020, ruscello di montagna, corr, media, T. 17°.

34 C. CONSIGLIO

Aggius 2 - Rio Fiuminalto, Cantoniera Iunco, m. 350, torrentello, T. 21°.

Pattada - Riu Molinu, Ponte de Molinu, m. 560, fiumicello, corr. lenta, T. 20°.

Buddusò 1 - R. Mannu tra Buddusò e Ala dei Sardi, m. 630, fiumicello, T. 20°.

Ala dei Sardi - R. Lac’umbrosu? a Nord di Ala dei Sardi, m. 560, torrentello, corr. veloce, T. 210; | |

Nuoro 1 - Affl. sin. Rio Lucula, tra Nuoro e Orune, m. 670, ruscello di pascolo, cori lenta. 1.220 | | |

Nuoro 2 - M. Ortobene, m. 650, ruscello di montagna, corr. veloce, T. 16°.

Mamoiada - R. sas Baddes tra Orgosolo e Mamoiada, m. 650, torrentello, corr. veloce, I‘. 20°. |

Desulo 1 - R. Bacu Desulo, Gennargentu, m. 970, ruscello di montagna, corr. media, T. 16°.

Desulo 3 - R. su Murgedù o affl., Gennargentu, m. 1400, sorgente reocrenica, corr. veloce, TE. 44°:

Desulo 4 - R. Bacu Dèsulo o affl., Gennargentu, m. 1410, sorgente reocrenica, corr. veloce, T. 11°.

Desulo 5 - Affl. destra R. Bacu Desulo, Issiria, m. 850, torrentello, T. 15°.

Desulo 6 - Gennargentu a Ovest del M. d’Iscudu, m. 1200, sorgente reocrenica, Ee ate,

Desulo 7 - Affl. sin. R. Mattalé, Gennargentu, m. 1320, sorgente reocrenica, Tote: |

Desulo 10 - Affi. sin. R. Mattalè, Gennargentu, m. 1320, torrentello, corr. veloce.

Desulo 11 - Affl. sin. R. Mattale, Gennargentu, m. 1390, sorgente reocrenica, 109; | si

Tonara 2 - Rio sa Codina, Cantoniera sa Codina, m. 800, torrentello, corr. len- 13.1.0239, | |

Sorgono - R. Arretori, Ponte Tittiri, m. 620, torrentello, corr. veloce, T. 200.

Meana Sardo - Riu Araxisi, tra Meana Sardo e Atzara, m. 330, fiume, T. 24°.

Isili - R. Mannu (R. S. Sebastiano secondo cartello indicatore A.N.A.S.) presso il ponte della strada statale 128, m. 400, torrentello, corr. media, T. 19°.

Burcei 2 - Affl. destra R. Malliu a monte della Cantoniera Campu Omu, m.

‘440, torrentello, corr. veloce, T. 17°.

Burcei 3 - R. Malliu a monte della Cantoniera Campu Omu, m. 540, torrentello, corr. media, T. 17°.

Iglesias - R. Coloru o R. Canonica tra Iglesias e Fluminimaggiore, m. 310, tor- rentello, I. 22°.

Fluminimaggiore 1 - Affl. sin. R. Antas, S. Angelo, m. 480, ruscello di media altitudine, T. 16°.

Capoterra 2 - Affl. destra R. Gutturu Mannu, Is Pauceris, m. 200, torrentello, 221%

Nella parte che segue, per la terminologia dei genitali ho cercato, fin dove possibile, di uniformarmi alla terminologia inglese proposta da Brınck (1956).

Brachyptera auberti sp. n.

Holotypus: SARDEGNA, Nuoro 1, m. 670, 11-V-1955, C. Consiglio leg., 1 8; paratypi: SARDEGNA, Nuoro 1, m. 670, 11-V-1955, C. Consiglio leg., 2 33, 5 92; Buddusò 1, m. 630, 10-V-1955, C. Consiglio leg., 2 99. Conser- vati in alcool a 80° nella mia collezione.

Lunghezza: 4, mm. 7,5-9 (mm. 9 nell’holotypus); 9, mm. 7,5 - 10,5. Ala anteriore: 3, mm. 8,5 - 10,5 (mm. 10,5 nell’holotypus); ©, mm. 9,5 - 11,5.

PLECOTTERI DI SARDEGNA 35

Capo dorsalmente (fig. 1) a colorazione fondamentale fulva; clipeo con due macchie brune; fronte con due fasce longitudinali brune posteriormente con- fluenti; spazio interocellare bruno; una macchia triangolare bruna assai scura da ogni lato tra l’ocello laterale e la base dell'antenna; una stretta fascia bruna orlante l’occhio al margine posteriore; regione occipitale con vermicolazioni brune

CD figg: 273, 4,87, 02 03 04

fig.5

fig 1

Figg. 1 a 6: Brachyptera auberti n. sp. - 1: 5 holotypus, Nuoro, capo e pronoto; 2: g holotypus,

Nuoro, estremità dell’addome, visione dorsale; 3: ¢ holotypus, Nuoro, estremità dell'addome,

visione laterale; 4: 4 holotypus, Nuoro, estremità dell’addome, visione ventrale; 5: ¢ paratypus,

Nuoro, estremità del lobo sopra-anale; 6: 9 paratypus, Nuoro, estremità dell’addome, visione ventrale.

Fig. 7: Brachyptera risi Morton, 9, Abruzzi, Villetta Barrea, vulva.

grosse e confluenti. Antenne brune, setiformi, tutti gli articoli più lunghi che larghi. Pronoto fulvo con vermicolazioni bruno-scure (nell’holotypus, essendo il pronoto molto pigmentato, le vermicolazioni sono poco visibili); orli anteriore e posteriore del pronoto biancastri. Meso- e metanoto bruno assai scuro. Zampe fulve, striate longitudinalmente di bruno. Ali normalmente sviluppate nei due sessi, arrotolate sul corpo nel riposo. Ali anteriori leggermente infumate, con 3 fasce trasversali scure, ali posteriori un poco più infumate delle anteriori;

36 C. CONSIGLIO

nervature di tutte le ali brune. Nelle ali anteriori: settore del radio ramificato due volte (una volta nell’ala destra di una 9 paratypus); prima cubitale ramificata. due volte (una volta nell’ala sinistra dell’holotypus e di 1 & paratypus); nel campo mediale da 4 a 6 nervature trasverse nel 4, in media 4,6 (5+4 nell’holotypus), e da 3 a 7 nervature trasverse nella 9, in media 5,3; nel campo cubitale da 7 a 9 nervature trasverse nel 4, in media 8,7 (9+9 nell’holotypus), e da 6 a 11 ner- vature trasverse nella 9, in media 8,5. Nelle ali posteriori settore del radio rami- ficato una o due volte. | | | 3

g. (Fig. 2 - 5). Tergiti addominali 3-9 fortemente pigmentati presso il margine anteriore, questo è fortemente incavato. Placca sub-genitale in visione ventrale circa 1 volta e un terzo più lunga che larga, posteriormente ampiamente arrotondata; in visione laterale piegata ad angolo acuto verso l'alto e l’avanti. Vescicola ventrale piccola, circolare. Tergite 10 a margine anteriore incavato, margine posteriore bilobato. Lobo sopra-anale con ampolla basale emisferica, apice allungato in direzione antero-posteriore, dilatato alle due estremità, mag- giormente all'estremità anteriore, senza alcuna incisione mediana. Cerci a lobo basale breve e sottile, alquanto più lungo che largo, un po’ curvo ad estremità ottusa. £ | 9. (Fig. 6). Margine anteriore dell’apertura genitale formante due piccoli lobi contigui. Sternite 9 formante una placca post-genitale pentagonale, rag- giungente all’incirca l’estremita dei paraprocti; parte anteriore dei margini la- terali orlata di bruno, apice anche bruno, il resto della placca post-genitale è solo mediocremente pigmentato. Una macchia bruna allungata in direzione an- tero-posteriore al centro del tergite 10. Paraprocti triangolari, a margine laterale debolmente incavato. Cerci brevi, di un solo articolo, con rudimento di un se- condo articolo. |

Larva sconosciuta. | Ä

Ho il piacere di dedicare questa specie al collega svizzero Jacques Aubert, per merito del quale le nostre conoscenze sui Plecotteri europei sono molto pro- gredite negli ultimi annı.

Affinità : Per le antenne setiformi e il lobo basale del cerco breve nel g, B. auberti n. sp. appartiene al gruppo di 5. rist Morton (vedi AUBERT, 1946). Per la forte piegatura della placca sub-genitale del 3 e per la forma e colorazione della placca post-genitale della ©, B. auberti sembra vicina a B. rist Morton. Il 4 di B. auberti si riconosce facilmente da B. risi per la diversa forma dell’apice del lobo sopra-anale, per la vescicola ventrale circolare (in B. rist è allungata, trapezoidale), per il lobo basale dei cerci più sottile, e per i margini laterali della placca sub-genitale verso l’estremità assai più convergenti. La © di B. auberti è difficile da riconoscere da B. rist; un buon carattere è fornito dall’apertura ge- nitale, il cui margine anteriore in B. rist presenta due lobi non contigui separati da uno spazio trapezoidale o arciforme (fig. 7).

Buddusò 1, m. 630, 10-V-55, 2 99. Nuoro 1, m. 670, 11-V-55, 3 44, 5 99.

Tyrrhenoleuctra zavattarii (Consiglio)

Strobliella zavattarii CONSIGLIO, 1956. Tyrrhenoleuctra zavattarit CONSIGLIO, 1957.

Di questa interessante specie, di cui ho trattato in un mio precedente la- voro, mi limito a riportare l’elenco delle località di cattura.

PLECOTTERI DI SARDEGNA 37

Tempio Pausania 2, m. “9008 970, 6-V-55, 8 sa, 10 (holotypus e pa- ratyp1).

empio Pausania 3, m. 990, 6- an He (paratypi).

Tempio Pausania 4, m. 1020, 6-V- 55, 2 33, 5 (paratypi).

Buddusò 1, m. 630, 10-V- 55, a ee 3 29 (paratypi).

Nuoro 1, m. 670, 11-V- sE} 3 9 (paratypi).

Capoterra 20. 200, 19-V- ame

Leuctra îgeniculata (Stephens) | Leuctra geniculata HYNES, 1941, p. 501, figg. 12A, 13K.

7 larve, nessuna delle quali matura, misuranti da 5 a 7 mm. E’ molto pro- babile che appartengano a questa specie, tuttavia in mancanza di adulti non si può escludere che appartengano a una specie o razza vicariante.

Apgius 2, m. 350, 8-V-55, 7 L.

Leuctra sp. (gruppo fusca L.)

Due giovani larve di lunghezza rispettivamente mm. 5,5 e mm. 6, apparte- nenti al gruppo di L. major Brinck (AuBERT, 1951) (= gruppo di L. fusca L., AUBERT 1954), quindi probabilmente ad una specie autunnale che potrebbe es- sere L. budtzi Esben-Petersen, già nota di Corsica, oppure un’altra specie del gruppo.

Desulo 3, m. 1400, 14-V-55, 2 L.

Nemoura (Protonemura) ichnusae sp. n.

Holotypus : 1 g, paratypi: 5 gg, 5 99. SARDEGNA, Desulo 3, m. 1400 circa, 14-V-1955, C. Consiglio leg. Conservati in alcool a 80° nella mia collezione.

Lunghezza: 3, mm. 5 (holotypus), mm. 5 - 5,5 (paratypi), mm. 3,5 - 6,5 (altri es.); 9, mm. 6 - 7,5 (paratypi), mm. 5,5 - 8,5 (altri es.); larva matura, mm. 5 - 9. Ala anteriore; 4, mm. 5 (holotypus), mm. 3,5 - 6 (paratypi), mm. 3 - 7 (altri es.); 9, mm. 5 - 7,5 (paratypi), mm. 5 - 9,5 (altri es.).

Capo dorsalmente bruno, spesso schiarito tra gli ocelli posteriori e da cia- scun lato tra l’ocello e l’occhio. Antenne bruno scuro. Pronoto bruno chiaro, con callosità. Iracheobranchie brevi, senza strozzature distinte, tracheobranchia centrale di ciascun gruppo circa così lunga come il diametro di un occhio visto lateralmente. Femori fulvi con estremità distale bruna, femori anteriori e medi inoltre lievemente anellati di bruno nel terzo medio. Ali a nervature brune, mem- brana lievemente grigiastra, non infumata lungo le nervature.

3. (Figg. 8 - 11). Tergiti addominali 1 - 7 debolmente pigmentati. T'erg. 7 con regione centrale più pigmentata portante posteriormente un gruppo di 0-10 spine. Terg. 8 con margine posteriore della regione pigmentata formante due brevi lobi con poche spine. Terg. 9 con margine posteriore della regione pigmentata formante due lobi bene sviluppati, portanti numerose spine. I due lobi sono separati da uno spazio membranoso all’incirca così profondo come lar- go. Vescicola ventrale grande, ovoide. Placche sub-anali trapezoidali, prolun- gamenti delle placche sub-anali allungati, compressi in un piano circa perpen- dicolare a quello della placca sub-anale, incurvati verso l’alto, con estremità acuminata. Appendici intermedie larghe, membranose, senza diverticolo membra- noso, appendice esterna (appendice intermédiaire, AUBERT) larga, non raggiun-

38 $ C.. CONSIGLIO

gente l’apice delle appendici intermedie, portante lateralmente un gruppo di 1 - 3 forti spine. Cerci sub-cilindrici. Lobo sopra-anale depresso, inferiormente con alcune brevi spine, terminante in avanti con una sottile appendice cilindrica in forma di bastoncino, lunga circa 50 x (circa un terzo della lunghezza del tergite 9). ve |

©. (Fig. 12). Sternite 7 presentante una regione chitinizzata larga circa un terzo della larghezza dello sternite 7. Sternite 8 presentante una placca sub- genitale mediocremente pigmentata ai lati, più chiara nella regione mediale; il margine posteriore della placca sub- genitale forma ai lati due brevi lobi arro- tondati, tra i quali si trova una leggera incavatura ampiamente arrotondata. Lobi vaginali (vaginal valves, BRINCK, 1956) allungati trasversalmente, generalmente poco distinti. Paraprocti arrotondati.

Larva matura. (Figg. 13 - 15). Corpo bruno scuro. Pelosità mediocremente sviluppata. Tracheobranchie corte, di lunghezza circa uguale al diametro del- l’occhio, senza strozzature. Pronoto circa così largo come il capo, ornato di una fascia di setole la cui lunghezza massima è 1/8 - 1/15 della lunghezza del pro- noto. Astucci alari piccoli, a nervature poco marcate. Femori posteriori con setole di lunghezza non superiore a 1/4 - 1/5 della larghezza dei femori stessi. Segmenti addominali 1-6 distinti in tergite e sternite. Setole dorso-addominali non sor- passanti 1/4 della lunghezza degli urotergiti. Setole pari più lunghe non distin- guibili (1). Sterniti ricoperti da una fine pelosità. Sternite 9 del 3 sporgente al- l’indietro ad angolo acuto leggermente arrotondato. Paraprocti troncati nel 4,

arrotondati nella ©. Cerci ornati di setole brevi; o 10° articolo così lungo come |

largo.

; Rampur (1842) descrive Nemura genei di Sardegna. Per la mancanza di lunghi cerci (filets), per il primo articolo dei tarsi più lungo dell’ultimo e per la disposizione della « nervure transverse » obliqua attraversante il campo costale, questa specie non può essere altro che un Nemouridae ; ciò è confermato anche dal fatto che N. genei, teste RAMBUR, rassomiglia a N. lunata, di cui ha la « ner- vure transverse disposée de même »: ora N. lunata RAMBUR per 1 caratteri an- zidetti, per la forma dei cerci e per il protorace « chagriné » è certamente sino- nimo di Nemoura cinerea Retzius sensu BRINCK (1949), quindi Nemura genei Rambur deve essere anch’essa un Nemouridae. Ora Nemoura ichnusae è l’unica specie di questa famiglia che sia stata finora trovata in Sardegna, essa è comune in tutta l’isola e corrisponde abbastanza alla descrizione che RAMBUR di Ne- mura genei, salvo che mentre RAMBUR per N. genei scrive: « parties génitales du male terminées par deux appendices crochus, plus épais et plus larges et à cro- chets beaucoup plus épais », in Nemoura ichnusae non vi è alcuna appendice in forma di « crochets », eccetto i prolungamenti delle placche sub-anali che tutta- via non sono più spessi e più larghi dei cerci di N. cinerea. Ritengo pertanto che allo stato attuale delle nostre conoscenze sia opportuno considerare Nemura genet Rambur come «species inquirenda », e descrivere Nemoura ichnusae come specie nuova. | |

Grazie alla amabile cortesia del Dr. D. E. Kimmins del British Museum (Natural History) di Londra, ho potuto confrontare 1 miei esemplari con 1.& e 1 9 di Nemoura corsicana Morton raccolti da Mosely a Vizzavona (Corsica) nel 1931 e determinati da Mosely stesso. L’addome di ambedue gli esemplari è stato trattato con KOH. Nel 3 di Vizzavona (Fig. 16), come del resto in Mor-

(1) Nelle larve giovanissime le setole pari sono talora bene evidenti.

PLECOTTERI DI SARDEGNA 39

figg. 12, 17.

0 01 02 03mm. figg. 14 ,15

O. 01. 02 03 C4 DImm: | SERRE eee Ss ee es |

Figg. 8 à 13. 16:

È

01 02 03mm. figg. 10, 11.

hl

ce.

Figg. 8 a 15: Nemoura (Protonemura) ichnusae n. sp. - 8: & holotypus, Desulo, estremità dell’ad- dome,, visione dorsale; 9: 4 holotypus, Desulo, estremità dell’addome, visione ventrale; 10: g holotypus, Desulo, lobo sopra-anale; 11: g holotypus, Desulo, paraprocto, visione ventro-la- terale; 12: 2 paratypus, Desulo, estremità dell'addome, visione ventrale; 13: larva g matura, Tonara, estremità dell'addome, visione ventrale; 14: larva 4 matura, Tonara, paraprocto, visione ventro-laterale; 15: larva 9 matura, Desulo 3, paraprocto, visione ventro-laterale.

Figg. 16 e 17: Nemoura (Protonemura) corsicana Morton, Corsica, Vizzavona (British Museum) - 16: g, estremità dell’addome, visione dorsale; 17: 9, estremità dell'addome, visione ventrale (16 e 17 trattati con KOH).

40 C. CONSIGLIO

TON (1930, PI. II, fig. 3), il prolungamento del lobo sopra- -anale è molto più lungo che in N. ichnusae, circa così lungo come il tergite 9 (circa 190 » nel 3 di Vizzavona), e corrispondentemente il margine posteriore della regione pigmen- tata del tergite 9 è al centro assai più profondamente incavato. Nel ¢ di Vizza- vona il prolungamento delle placche sub-anali è alquanto più lungo che nella maggior parte degli esemplari di N. ichnusae, e sembra inoltre presente un diver- ticolo membranoso delle appendici intermedie; bisogna tuttavia tener presente che il & di Vizzavona è stato trattato con KOH e quindi la struttura delle parti membranose può essere stata alterata da tale trattamento. Nella 9 di Vizzavona (Fig. 17) il margine posteriore della placca sub-genitale presenta al centro una inca- vatura ad angolo acuto; in Morton (1930, PI. II, fig. 5 rovesciata) la placca sub- genitale di N. corsicana è raffigurata con una incavatura meno profonda, ma sempre ad angolo, a differenza da N. ichnusae in cui la placca sub-genitale della © presenta una incavatura arrotondata.

N. ichnusae presenta quindi solo deboli differenze rispetto a N. corsicana, della quale potrebbe essere una sottospecie geografica. Se, come è probabile, le distribuzioni di N. corsicana e N. ichnusae non presentano alcuna zona di con- tatto o di sovrapposizione, il problema se queste due forme debbano essere con- siderate come specie o come sottospecie può essere risolto solo attraverso uno studio accurato del comportamento di simili « gruppi di specie » a distribuzione geografica continua nel quadro di una revisione dell’intero sottogenere Proto- nemura.

Ecologia. E’ interessante notare che N. ichnusae mostra una notevole tendenza, nei corsi d’acqua di montagna, a localizzarsi presso la sorgente. Mi è accaduto di osservare, nel Gennargentu, che N. ichnusae era abbondante (larve e adulti) presso la sorgente di un ruscello a 1390 m., mentre mancava completa- mente a 1320 m. lungo lo stesso ruscello. Il fatto è strano se si considera che N. ichnusae si trova anche ad altitudini molto più basse (es. Capoterra, m. 200) e lontano dalle sorgenti. Negli esemplari raccolti in montagna è evidente la ten- denza al brachitterismo, che è invece meno evidente negli esemplari raccolti a medie e basse altitudini.

Aggius 2, m. 350, 8-V-55, 1

Pattada, m. 570, 10-V-55, 1

Nuoro 2, m. 650, 12-V-55, 1

Mamoiada, m. 650, 13-V-55, 1 4, 3 99.

Desulo 1, m. 970, 14-V-55, 4 L.

Desulo 3, m. 1400, 14-V-55, 6 gg, 5 99, 8

Desulo 4, m. 1410, 14-V-55, 1 &, 3 L.

Desulo 5, m. 850, 15-V-55, 1 9.

Desulo 6, rm, 1200; -15-V-55, 1 8,2 8 3 Lg F ex.

Desulo 7, m. 1320, 15-V-55, 4 gd, 699, 17 L

Desulo 11, m. 1390, 15-V-55, 2 dd, 4 998, 1 L.

Tonara 2, m. 800, 16-V-55, 4 3g, 1 9, 22 L.

Sorgono, m. 620, 16-V-55, 1 3g, 1 ©.

Burcei 2; m. 440, 17-V-55/ 4 4, 19,1.L.

Burcer 3, m,. 340, 17-V-55,° 1°,

Iglesias, m. 310, 18-V-55, 1 L.

Fluminimaggiore 1, m. 480, 18-V-55, 11 L.

Capoterra 2, m. 200, 19-V-55, 2 gg, 5 L.

Iglesias, V-1936, M. Burlini leg., 1 3.

2 2 Li 1 4 6

PLECOTTERI ‚DI SARDEGNA 41

Isoperla insularis (Morton)

Chloroperla insularıs MS 1930.

_ Il tipo di questa specie esiste in preparazione microscopica al British Mu- seum di Londra. Non essendo possibile ottenerlo in prestito, il Dr. D. E. Kim- mins del British Museum ha gentilmente voluto confrontare con esso e con la preparazione del phallus di un paratipo alcuni esemplari da me raccolti in Sar- degna, di cui il phallus era stato dissezionato e montato in preparazione micro- scopica, senza poter rilevare alcuna differenza, come egli stesso mi scrive:

Fig. 18: Isoperla insularis (Morton), g, Isili, armatura del phallus.

«Your preparations of /soperla from Sardinia have arrived safely. I com- pared them first with the type slide prepared by Mr. Mosely. In this the penis has not been dissected out. I felt reasonably certain that your preparations were conspecific, but for my own satisfaction I have made a dissected preparation in euparal of our only paratype ¢ and I can see no difference between it and your preparations ».

Do di seguito una breve descrizione degli esemplari di /soperla insularis di Sardegna:

Capo fulvo, con colorazione del tipo rivulorum : macchia bruna nel trian- golo ocellare, schiarita tra gli ocelli posteriori, continuantesi in avanti con una fascia bruno-chiara sull’epistoma. Vermicolazioni brune sulle tempie e sull’occi- pite. Pronoto fulvo, orlato di bruno, campo centrale più chiaro alquanto dila- tato anteriormente e posteriormente, con sottile linea mediana bruna, campi laterali con vermicolazioni brune. Addome dorsalmente e ventralmente bruno chiaro. Cerci brevi, lunghi circa 2/3 dell'addome, bruni o fulvi, ciascun arti- colo con un grande pelo sub-apicale infero- mediale.

3. Placca addominale dello sternite VIII (misurata secondo. DESPAX, 1936) lunga circa 1/3 della lunghezza dello sternite VIII, quasi 2 volte più larga che lunga, Pelosità del tipo corto di Despax. Armatura principale del phallus

42 2 OPES CONSTGLIO

(fig. 18) in forma di semiellisse con i due angoli arrotondati, lunga circa » 150-180, larga circa p 170-180, spine singole lunghe circa u 20-30, appun- tite, non mucronate. Armature accessorie mancanti o rappresentate da 2 piccoli gruppi di spine appena distinguibili dalle piccole spine che MICOprono la restante superficie del phallus.

9. Placca sub-genitale con margine posteriore ad angolo SEI

Descrizione della larva. Capo (fig. 19): Disegno primario di ILLIES (1952) (compreso tra le suture postfrontali e la « linea in M ») raggiun- gente completamente le suture postfrontali Gabellinie » di ILLIES, «suture en fourche » di DEspax); restano chiare una macchia interocellare e le callosità

BP M0 2:7-038% 04, Coma, ; 0 01 02mm. SAME ST EE SRE | fig.19 ige fig. 21.

Figg. 19 a 21: Isoperla insularis (Morton) - 19: larva matura, Aggius, capo; 20: larva matura, Tonara, mascella, enditi e palpo; 21: larva matura, Tonara, seele, galea (20 e 21 trattati con

KOH).

frontali. In avanti alla linea in M il disegno è variabile: i due punti più proemi- nenti del disegno primario si continuano spesso in una fascia trasversale appena più scura del colore fondamentale; restano del colore fondamentale (fulvo) il margine anteriore del capo (epistoma) e una macchia chiara abbastanza grande in avanti all’ocello anteriore. Talora si ha invece una macchia scura in avanti all’ocello anteriore. Dietro alle suture postfrontali il disegno è caratteristico: vi è una striscia trasversale chiara sopra al foro occipitale, ed una macchia chiara da ciascun lato in prossimità dell’occhio, il resto è scuro. Mascelle (figg. 20 e 21): lacinia con denti marginali in numero da 5 a 8, per lo più 5-7. Galea con setole disposte dalla base all'apice; margine interno di regola privo di setole come in Isoperla görtzi Illies, solo presente di regola una lunga setola al margine interno circa al limite tra il terzo medio e il terzo apicale, o verso la metà della lunghezza della galea; talora presenti fino a 3 di tali lunghe setole al margine interno. Affinità. Jsoperla insularis appartiene al gruppo rivulorum ma è distinta da tutte le altre specie del genere finora descritte con sufficiente chia- rezza. Essa potrebbe essere confusa con Is. oxylepis (Despax) da cui tuttavia si distingue perchè mentre in quest’ultima specie l'armatura principale del phallus

PLECOTTERI DI SARDEGNA 43

è curvata in forma di un mezzo ditale da cucire, in /s. insularıs essa è naturalmente appiattita. Tempio Pausania 4, m. 1020, 6-V-55, 1 L. Ages 2, m: 350; 8-V-55; 7 88, 173 3 E33 Pattada, m. 560, 10-V- 55, 3 OO eX. Buddusò dî: pas 630, 10-V- 55, 10.33): 3 98, 6 L.. 19" ex. Ala dei Sardi, m. 560, 10- V- 554.6 Nuoro 2, m. 650, 12-V-55, 1 ©. Mamoiada, m. 650, 13-V-55, 1 ©. Desulo 1, m. 970, 14-V-55, 2 gg, 1 ©, 4 L., 1 ex. Desulo 3, m. 1400, 14-V-55 1 &, 1L. Desulo 6, m. 1200, 15-V-55, 1 L. Tonara:2, mi 800 16- V-55,63 44°22 ©0.- 3 Li Dex Sorgono, m. 620, 16-V-55, 2 ex. Meana Sardo, m. 330, 16-V-55, 2 3d. Isili, m. 400, 16-V-55, 4 38, 4 99. Burcei 2, m. 440, 17-V-55, 1 3, 1 ex. Iglesias, m: 310, 18-V-55, 5:38, 2 L., 6 ex. Capoterra: 2, m, 200;°19-V-53, 3 ex. Iglesias, V-1936, M. Burlini leg., 2 3g.

Chloroperla apicalis Newman

Isopteryx apicalis, Costa, 1886, pag. 6, 9: «molto abbondante presso le sponde del Rio Leni in vicinanza di Villacidro » (Sardegna). Isopteryx apicalis, DESPAX, 1941.

L'unico adulto $ somiglia agli esemplari che ho raccolto in Calabria (Fiu- me Coscile) nel 1952 con il Dr. Aubert (cfr. AuBERT, 1953). Come questi ha il « disegno in ancora » sul meso e metatorace con branca mediana un po’ allar- gata, intermedio tra quello di C. apicalis e quello di C. hamulata secondo DESPAX, 1941. Il tubercolo sopra-anale corrisponde a quello descritto da Despax (1941) per C. apicalis. Le due larve raccolte corrispondono alla descrizione di C. api- calis data da AUBERT (1953).

E’ molto probabile che C. hamulata (Morton) di Corsica non sia che una sottospecie di C. apicalis Newman. L’esame di ulteriore materiale proveniente dalla Sardegna e dalla Corsica potrà permettere di stabilire la posizione subspe- cifica esatta delle popolazioni viventi in queste due isole.

Aggius 2, m. 350, 8-V-55, 1g, 1L. Meana Sardo, m. 330, 16-V-55, 1 L.

SUMMARY

The A. exposes the results of an investigation on the Plecopteran fauna of Sardinia made in May, 1955. The only species which were previously mentioned from Sardinia are: Nemura genet described by RAMBUR (1842), which should be looked upon as «species inquirenda »; and Chloroperla apicalis (Newm.), reported by Costa (1886). The A. found 7 species of Plecoptera, namely: Brachyptera auberti sp. n., Tyrrhenoleuctra zavattarii (Consiglio), Leuctra ?geniculata (Stephens), L. sp. (group fusca), Nemoura (Protonemura) ichnusae sp. n., Isoperla insularis (Morton), Chloroperla apicalis Newman. Of these, Nemoura ichnusae and Isoperla insularis are found every- where; Brachyptera auberti and Tyrrhenoleuctra zavattarit are found in quiet streams of little and medium size, the last species beeing found also in rather swift mountain streams; Leuctra ?geniculata and Chloroperla apicalis prefer medium and large streams at a low height above sea level.

44 C. CONSIGLIO

From a zoogeographical point of view, the Plecopteran fauna of Sardinia shows ti highest connection with the one of Corsica. A wide connection can be found also with the fauna of the European mainland, and a considerable one with the fauna of North Africa and South Spain. The last one can be Hi with the hypothesis of a « bridge » which has connected Sardinia with North Africa. The A. thinks that Leuctra geniculata and Chloroperla apicalis, both of which are found in big rivers at a low height above sea level, may have reached Sardinia in the Pleistocene through the « bridge » connecting Tuscany with Corta and through the last isle, and spread over a preexisting fauna of Plecoptera. The remaining species related to European ones may have reached Sardinia at the same time, or at a more ancient one.

In the remaining part of the present paper a list of the collecting localities of each species is given, as well as the description of the new species and of the larva of Isoperla insularis (Morton), and a new description of the adult of this species.

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RAMBUR, M. P., 1842 - Histoire Naturelle des Insectes. Névroptères. - Paris, XVIII + 534 pp., 12 pl:

45

Mario E. FRANCISCOLO

CATTURA DI QUATTRO SPECIE DI DYTISCIDAE INTERESSANTI PER LA FAUNA ITALIANA |

(Note sui Dytiscidae italiani - V)

Da vari anni, in stretta collaborazione col Collega N. SANFILIPPO, e, più recentemente, con i Colleghi G. BINAGHI e G. M. GHIDINI, sto rac- cogliendo materiale delle tre famiglie Haliplidae, Dytiscidae e Gyrinidae, esten- dendo le ricerche in molte zone in cui cacce specializzate di insetti di tali fami- glie non sono ancora state eseguite. L’intento di tali ricerche è di giungere ad una conoscenza precisa e dettagliata dei limiti esatti delle aree di dispersione delle diverse specie, le quali, quanto quelle. ad abitudini strettamente terrestri, hanno un comportamento tutto particolare in ERE del modo col quale sono legate al loro specialissimo ambiente.

Tale lavoro è reso alquanto agevole dal fatto che la conoscenza strettamente tassanomica del gruppo di famiglie si-pud considerare, almeno per quanto ri- guarda l'Europa, la più perfetta che si possa ritrovare fra tutti i Coleotteri, co- noscenza che è egregiamente compendiata nei tre fondamentali lavori di Gur- GNOT (Les Hydroncanthares de France - Ed. Miscellanea Entomologica - Toulouse - 1931-1933, e Coleoptères Hydrocanthares, in Faune de France, 48, Paris, 1947) e di ZIMMERMANN (Monographie der paläarktischen Dy- tiscidae, in Bestimmungs-Tabellen der europàischen Coleopteren, Hefte 99 (1930), 101 (1931), 10% (1932) PRLE 1.1008) 113 (1934), 114 (1935), 118 (1936), 120 (1937) e 122 (1939), |

Porhydrus obliquesignatus Bielz, 1852 (Fig. A)

BieLz, Mitt. Ver. Hermannstadt, 1852, p. 16 - SerpLitz, Kerh. Nat. Ver. Brünn, 25, 1887, APFELBECK, Käf. Balkanhalbins., I, 1904, p. 373 - ZIMMERMANN, Arch. f. Naturgesch., 83, 1917, A, 12, p. 181 - ZIMMERMANN, Best. Tab. Eur. Col., H. 103, Monogr. Pal. Dytiscidae, III, Hy- droporinae (3 Teil) 1932, p. 5 - GUIGNOT, Hydr. de France, Faune de France, 48, 1947, p. 126. Genei SHARP, On Aquat. Carn. Col., 1880-82, p. 451 (partim) - GANGLBAUER, Käf. Mittel., I, 1892, p. 468 (partim) - FranciscoLo, Mem. Mus. Civ. St. Nat. Verona, V, 1956, p. 197.

Questa specie, alquanto affine a P. Gene: Aubé 1836, con la quale venne in passato assimilata da SHARP e GANGLBAUER quale sinonimo, e successivamen- te considerata specie buona da ZIMMERMANN, era fin qui nota esclusivamente delle coste del Mediterraneo Occidentale, dell’ Austria, Ungheria, Penisola Balcanica e Russia Meridionale (ZIMMERMANN 1932 e GUIGNOT 1947).

Ho sott'occhio una bella serie di P. obliquesignatus Bielz. raccolta dal Prof. Sandro Rurro nel Luglio 1954 al Piano Grande nei Monti Sibillini (Umbria- Marche), in tutto 3 43 e 4 29. Inoltre, ho veduto 1 3 e 3 9g raccolti il 7. 3. 47 a Roma-Acilia dal Dott. E. DE Maccı.

L’attribuzione degli esemplari in questione a obliquesignatus risulta sicura dall’esame dell’organo copulatore del 3 con quello di Genet; come risulta dalla

46 M. E. FRANCISCOLO

fig. B. 2 e B. 4, quest’ultimo ha il pene più o meno parallelo, con la massima lar- ghezza alla sua base e la minima all’apice; questo, esaminato a forte ingrandi- mento di fronte appare perfettamente ogivale, senza alcuna protuberanza con appendici dentiformi ai lati; ciò, oltre che corrispondere a quanto dice Zim-. MERMANN (1932 p. 4 e 5) va d’accordo con tutti gli esemplari di Genei che ho visto, particolarmente di Sardegna e Sicilia; Genet, sotto un certo aspetto, ha la forma del pene molto simile a quella di P. Hneatus F. Il pene di obliquesi- gnatus (fig. B. 1, 3, 6) è strozzato alla sua metà e l’apice e la base hanno la stessa larghezza, inoltre, esaminato di fronte, l’apice risulta provvisto di una produzio-

Fig. A - Porhydrus obliquesignatus Bielz. 4, dei Monti Sibillini (Piano Grande).

ne recante ai suoi lati due distinti ma minutissimi dentini, che, come detto pri- ma, e come risulta dalle figure, mancano in Genet; quanto ai parameri, figurati in fig. B. 5, essi sono alquanto simili a quelli di Genet.

I caratteri offerti dal dermascheletro mi sembrano alquanto incerti per per- mettere la separazione sulla loro esclusiva scorta di Genet da obliquesignatus ; negli esemplari di colorazione netta, si nota che in obliquesignatus le macchie ‘gialle elitrali sono più marcate, più nettamente staccate dal fondo bruno nerastro, mentre in Genei tali macchie chiare sono più o meno evanescenti. È un fatto che, ‘trovando frammisti in una stessa serie esemplari delle due specie, si nota la dif- ferenza soprattutto per la forma più slanciata di obliquesignatus rispetto a Genet.

Gli esemplari dei Sibillini e di Acilia sono in tutto identici ad una coppia di obliquesignatus determinata da ZIMMERMANN («Hungarn, leg. R. Scholz», 3, e «Umgebung v. Budapest» ©) da me acquistata presso la Ditta WINKLER di Vienna.

DYTISCIDAE INTERESSANTI 47

Le tre specie di Porhydrus italiane possono distinguersi sulla scorta della seguente chiave analitica: | |

a ı (2) Il disegno giallo delle elitre, nella forma tipica, è bruno, assai indistinto, e consiste di ‘una linea suturale e di cinque linee, le prime quattro delle quali longitudinali, la 5* obli- qua, spesso incompleta, presso la base delle elitre. I parameri sono alquanto caratteri- stici: essi sono muniti all’apice di una produzione subsferica fortemente slerificata, sulla quale è innestato un vistoso ciuffo di peli. Il pene è alquanto dilatato, spatoliforme, avente la sua massima larghezza in prossimità dell’apice. Distribuzione: Europa, Asia Oc- cidentale. P. lineatus Fabricius 1775

E a = S

0.125 mm.

Fig. B - 1. pene di Porhydrus obliquesignatus Bielz. dei Monti Sibillini (Piano Grande -

2. idem, di P. Genei Aubé dello Stagno Simbirizzu (Quartu S. Elena, Sardegna Merid.) - 3. e 4.

apice del pene di P. obliquesignatus e P. Genei (stessi esemplari di cui a n. 1 e n. 2) visto di fronte

- 5. parameri di P. obliquesignatus - 6. pene di P. obliquesignatus visto di fianco - 7. idem, di P. Genet.

2 (1) Il disegno giallo consiste, nella forma tipica, di una serie di macchie basali sulle elitre, gialle, più o meno distinte, e di una linea marginale ai lati, che a volte si allarga un poco prima di raggiungere l’apice. Il pene non è mai più largo all’apice che alla base; i pa- rameri sono muniti all’apice di una semplice prominenza più o meno spiniforme for- temente chitinizzata, mai subsferica, e priva di setole (fig. B. 5).

3 (4) La colorazione a macchie gialle della base delle elitre è quasi obsoleta, a volte la base stes- sa appare appena più schiarita del resto, senza macchie distinte. Pene appena più ristretto all’apice che alla base, con la massima larghezza presso quest’ultima (fig. B. 2), debol- mente strozzato al centro; l’apice, esaminato di fronte (fig. B. 4) appare perfettamente ogivale, senza troncatura apicale produzioni dentate di sorta. Distribuzione: Europa Sud-Occidentale, Algeria, Marocco, Isole del Mediterraneo Occidentale. P. Genei Aubé 1836

48 M. E. FRANCISCOLO

4 (3) Base delle elitre con una netta serie di macchie giallastre, spesso confluenti; e ben di-

stinte sul fondo scuro, e con un orlo laterale, dilatato presso gli apici, di ugual colore.

(fig. A). Pene fortemente strozzato nel mezzo (fig. B. 1) tanto largo alla base quanto al-

l’apice; la larghezza minima trovasi nel mezzo. L’apice (fig. B. 3) visto di fronte, appare

troncato, munito ai lati della troncatura di due produzioni dentate minutissime ma ben distinte.

Distribuzione: Mediterraneo Occidentale, Austria, een, Russia Meridionale, Bal-

cani, Italia Centrale: Umbria, Lazio.

P. obliquesignatus Bielz 1852

È molto strana la presenza di questo insetto in Umbria e nel Lazio; la di- sparità degli ambienti, cioè, per Piano Grande sui Sibillini, ambiente di media montagna apenninica, con fauna ad elementi molto discordi (Agabus Solieri var. Kiensenwetteri Seidl., specie tipicamente alpina, accanto ad A. nebulosus Forst. e A. conspersus Marsh., ed altri elementi che raramente, se non mai, si trovano associati a forme alpine), e, per Acilia, ambiente di palude residuale, con tutta la massa di forme di pianura tipiche di essa, mi fa pensare che obliquesignatus sia molto più diffuso nella Penisola, quale elemento prevalentemente balcanico, più di quanto non sia stato sin qui immaginato; esso probabilmente si trova anche a Viareggio, nella Macchia di Migliarino, ove però, purtroppo, ho raccolto solo 29, per cui sono molto incerto sulla loro determinazione; inoltre, gli unici Genez & & che ho visto sono di Sardegna (Stagno di Alghero, X-1955 e dintorni di Quartu S. Elena, presso lo stagno Simbirizzu, X-1955) e di Sicilia (Lentini, Ottobre 1954). Gli esemplari di Genei del continente che posseggo o che ho visto in altre collezioni sono malauguratamente tutte 99. Personalmente, sono quasi convinto che Genet sia estremamente raro (se non assente) nella Penisola, e che inve obliquesignatus sia la specie più frequente, dopo, ben inteso, P. lineatus F. che si trova un po’ ovunque (1).

Potamonectes Bucheti Rég. 1898

REGIMBART, l’Abeille, 29, 1898, p. 89 - Bull. Soc. Ent. Fr., 1901, p. 325 - Ann. Soc. Ent. Fr., 76, 1907, p. l. - GUIGNOT, Hydr. de France, Miscell. Entomol., 1931-1933, p. 476 - ZIM- MERMANN, Best. Tab. Eur. Col., H. 111, Monogr. Pal. Dytiscidae,' IV, Hydroporinae (4. Teil) 1933, p. 10 - GUIGNOT, Hydr. de France, Faune de France, 48, 1947, p. 150.

Fu con la massima delle sorprese che, pescando il 31 Maggio 1956 in un insignificante e pressochè azoico torrentello denominato Rio Bujardetta, affluente di sinistra. del Rio Martin, che discende dal versante sud occidentale di Punta Martina presso il paese di Acquasanta in Provincia di Genova, rin- venni nel retino questa vecchia ed ambita conoscenza, di aspetto inconfondi- bile, che alcuni anni or sono raccolsi nella sua località tipica della valle del Rio Carei a Mentone. Il fatto essendo del tutto incredibile, ritornai due giorni dopo sul posto con i Colleghi G. M. Guipin1 e G. BINAGHI, ed avemmo ulte- riore conferma del reperto. Gli esemplari furono raccolti in tutte e due le volte esclusivamente nei punti a fondo roccioso e dove la corrente è più vorticosa alla base delle cascate, e limitatamente a tre ben distinte pozze del torrente comprese in un tratto di circa un centinaio di metri di corso dello stesso, risultando asso- lutamente introvabile più a monte o più a valle.

Il Rio Bujardetta scorre interamente su un fondo roccioso (diabase, serpen- tinoscisti e cloritescisti), completamente privo di vegetazione e di limo. Le uni-

- (1) Ho nel frattempo veduto altri quattro esemplari di obliquesignatus (3 22 e 1 &) in coli. 'TAMANINI,- etichettati: Montenero, Pljculja (Alpi Giulie), 11-7-1942.

DYTISCIDAE INTERESSANTI 49

che due altre specie raccolte nel ‘corso di accuratissime e prolungate ricerche sono Laccophilus hyalinus De Geer (1 es.) e Deronectes moestus Fairm. (1 es.);

il rimanente della fauna acquatica è rappresentato esclusivamente da larve di Ecdyonuridae ed Ephemeridae, in notevole quantità, ed in qualche rara larva di Tricottero; pochissime sono le Gerris e le Notonecta, mentre mancano completa-

mente gli Tdrofilidi ed i Driopidi.

Nessuna supposizione è attualmente permessa per spiegare la presenza di D. Bucheti Reg. in una località così decentrata rispetto a quella tipica; sta di fatto che tutti i torrenti e sistemi di torrenti compresi tra la Valle dell'Entella (Chia-

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Fig. C - Potamnoectes Bucheti Rég. del Rio Bujardetta: 1. paramero destro; 2. pene visto dall’alto; 3. idem, visto di fianco.

vari) e la Valle del Rio Merula (Andora, presso Alassio) sono stati più volte ac- curatamente esaminati, con qualche piccola eccezione per torrenti di piccola en- tità; assaggi abbastanza precisi sono stati fatti anche in alcuni torrenti tra il Me- rula ed il Rio Carei, nonchè in tutta la zona padana dell’Appennino Ligure; nel corso di tutte queste ricerche, mai venne raccolto D. Bucheti altrove che nel Rio Carei. La localizzazione al Rio Bujardetta della nostra specie è anche estrema- mente ristretta: GHIDINI infatti ha ulteriormente eseguito ricerche anche nei torrenti prossimi al Bujardetta, nonchè nel Rio di Acquasanta ove questo si get- ta, senza alcun risultato.

L'identità assoluta degli edeagi e dei parameri della serie del Rio Bujardetta con quelli della serie da me raccolta il 4. 4. 54 al Rio Carei di Mentone mi sem- bra più che sufficiente per ritenere esatta la determinazione. In fig. C riproduco tali organi per opportuno riferimento.

50 M. E. FRANCISCOLO

Gli esemplari del Rio Bujardetta presentano alcune interessanti aberrazioni cromatiche che tuttavia ripetono esattamente quelle già citate dal GUIGNOT (1931-33 p. 477) per la popolazione del Rio Carei.

Metronectes Aubei Perris 1869

Perris, l’Abeille, VII, 1869, p. 6 - ZIMMERMANN, Kol. Rundsch., 20, 1934, p. 150, - GUI- GNOT, Col. Hydr. de France, Faune de France, 48, 1947, p. 195.

Questo caratteristico e bellissimo Agabino è stato sinora citato esclusiva- mente di Corsica (zona di alta montagna) e dell’Isola d’Elba (Marciana).

Fig. D - 1. Paramero sinistro di Rantus (s. str.) exoletus Forst. di Innsbruck; 2. idem, di R. latitans Sharp di Pavia; 3. e 4. onichio ed unghia anteriore del ¢ di R. exoletus; 5. e 6. idem, R. latitans.

Ritengo opportuno segnalare che un esemplare, sulla cui identità non ho alcun dubbio, sia per l’attribuzione generica, in particolare per la totale mancan- za della serie di punti al margine anteriore del pronoto e per le suture metaco- xali completamente obsolete, sia pure per l’aspetto assolutamente caratteristico, è stato raccolto in Sicilia, sulle Madonie, al Piano della Battaglia, nel Luglio 1951, dal Prof. Mario Mariani di Palermo, che gentilmente mi comunicò l’esem- plare in istudio in occasione di una mia visita colà.

Il reperto non è inaspettato; Metronectes Aubei Perris è probabilmente un elemento orofilo esclusivamente paleotirrenico, e il suo rinvenimento in una zo- na di alta montagna della Sicilia quadra abbastanza bene con un tal tipo di di- stribuzione.

Agabus (Gaurodytes) Concii Franciscolo 1942

FRANCISCOLO, Boll. Soc. Entomol. Ital., LXXIV, N. 10, 1942, p. 137-140 - PORTA, Fauna Col. Italica, Suppl. II, 1949, p. 111.

Dopo oltre quattordici anni di assiduo studio di questa famiglia, sono or- mai convinto che la specie qui sopra indicata, da me descritta, altro non sia che

DYTISCIDAE INTERESSANTI 51

una forma un poco aberrante di Agabus (Gaurodytes) biguttatus Oliv., che tut- tavia non merita affatto un nome distinto. Dall’esame di alcune centinaia di A. biguttatus Oliv. ho accertato che forme del tipo di quella da me descritta sono frequenti, senza esser molto comuni, un poco ovunque.

Rantus (s. str.) latitans Sharp 1880-82 (1)

SHARP, On Aquat. Carn. Col., 1880-82, p. 621 - GANGLBAUER, Käf. Mitteleur., I, 1892, p. 501 - SCHOLZ, Rev. d. europ. Arten der Gatt. Rhantus, Nartus, und Melanodytes, Col. Cen- tralblatt, Bd. 2, 1927, p. 147 - GUIGNOT, Hydr. de France, Miscell. Entomol., 1931-1933, p. 643, fig. 448 - ZIMMERMANN, Best. Tab. Eur. Col., H. 118, Monogr. Pal. Dytiscidae, VII, Colym- betini, 1936, p. 14 - GUIGNOT, Col. Hydr. Faune de France, 48, 1947, p. 215.

Fig. E - 1. e 2. pene visto dall’alto rispettivamente. di R. exoletus di Innsbruck e di R. latitans di Pavia - 3. e 4. gli stessi, visti di fianco.

ZIMMERMANN (1936 p. 14) e GuicnoT (1932 p. 643 e 1947 p. 215) consi- derano questa specie come diffusa nell'Europa Settentrionale e Media, ed in Siberia; il Catalogo LUIGIONI non la menziona di alcuna località Italiana, e così pure il PoRTA. SANFILIPPO, GHIDINI e BINAGHI ebbero occasione di rac- cogliere diversi esemplari di questa specie negli stagni prospicienti la località

di Borgo Ticino (Pavia) il 4 Novembre 1955.

La specie è alquanto prossima a R. (s. str.) exoletus Forst. 1771, dalla quale si distingue, oltre che per la presenza di piccoli punti sulle inserzioni delle ma-

(1) La corretta grafia del nome di questo genere, secondo P. BRINcK, Kungl. Fys. Saallsk. Lund Fôrh., 13, 1943, p. 10 è Rantus anzichè Rhantus. Tale correzione è stata accettata da Gu1- GNOT, 1947, p. 215.

52 M. E. FRANCISCOLO

glie del reticolo elitrale, nella regione suturale ed apicale, e per il pronoto che reca una macchia nerastra basale ben distinta (mancante in exoletus), anche e specialmente per le unghie anteriori del maschio più corte od appena tanto lun- ghe quanto l’onichio (in exoletus di molto più lunghe, vedi fig. D. 3, 4, 5, 6), per la forma dei parameri, che in exoletus (fig. D. 1) terminano in una appendice filiforme affatto dilatata, ornata di peli fitti e cortissimi, equilunghi, al suo lato interno, ed in latitans, invece, (fig. D. 2) terminanti in appendice dilatata, e for- temente ciliata al lato interno, con setole lunghissime e disuguali; il pene di exo- letus-(fig.-E.d.'e:3).e- molto ‘debolmente piegato, all’apice, verso destra, e assai meno assottigliato all'apice che in latitans (fig. E, 2 e 4); in quest ‘ultimo, l’apice è fortemente piegato verso destra, ed appare estremamente assottigliato se esa- minato di lato.

Il confronto degli esemplari in questione con altri determinati da ZIMMER- MANN dell'Austria (Donau-auen, leg. BREIT, ex WINKLER), nonchè con autentici exoletus dei dintorni di Innsbruck, leg. STRUPI, confermano l'esattezza della determinazione. |

È interessante notare che gli stagni di Borgo Ticino, fatti oggetto di conti- nue ed assidue ricerche da me e SANFILIPPO nel corso A varie annate, danno, ad ogni nuovo assaggio, risultati sempre leggermente differenti; ad es., io cat- turai nel 1949 centinaia di Rantus pulverosus, sempre il 4 Novembre, e negli anni successivi nessun Rantus. Rantus exoletus non è invece finora stato catturato da noi in Italia; LUIGIONI lo cita del Piemonte e della Venezia Tridentina (Bolzano), e così pure Porta, ed ha una distribuzione analoga a quella di latitans Sharp. Sono evidentemente entrambi specie prevalentemente boreali, con alcune popolazioni sporadiche nella valle del Po (1).

(x) GHILIANI cita sotto il nome di R. collaris Payk. il R. exoletus Forst. nel suo ‘Elenco delle specie di Coleotteri trovate in Piemonte,, (Ann. R. Accad. Agricoltura, Torino, XXIX, 1886, p. 226 [= p. 34 estr.]) come rinvenuto ‘Nei luoghi alpini,,. Il BAUDI ripete tale cita- zione nel ‘Catalogo dei Coleotteri del Piemonte,, (ibidem, XXXII, 1889, p. 37). Da tali indi- cazioni ha origine verosimilmente la citazione del LUIGIONI.

53

OTTO SCHEERPELTZ (WIEN)

NEUE ARTEN DER GATTUNGEN LEPTUSA KR. UND SIPALIA MULS. REY AUS DEM MUSEO CIVICO DI STORIA NATURALE | DI TRIESTE

(70. Beitrag zur Kenntnis der paläarktischen Staphyliniden) (Col. Staphylinidae)

Unter den mir seinerzeit von Herrn Prof. Dr. E. GRIDELLI, Direktor des Museo Civico di Storia Naturale di Trieste, zum Studium eingesendeten Sta- phyliniden, fanden sich auch zwei neue Arten der Gattung Leptusa Kr. und zwei neue Arten der Gattung Sipaha Muls. Rey, die im enne bekannt

gemacht werden sollen.

Leptusa (Subgen. Micropisalia Scheerp.) Pre tneri nov. spec. (Gridelli 1. 1.)

Rotbraun, der Kopf und Teile des sechsten und siebenten (vierten und fiinften freiliegenden) Abdominalsegmentes dunkel schwarzbraun, Mundteile, Fühler und Beine heller rôtlichgelb.

Kopf im Gesamtumriss quer-elliptisch, verhältnismässig gross, beim g kürzer und stärker quer, seine grösste Breite in einer Querlinie durch die Mitte der Augen fast um die Hälfte grôsser als seine Mittellinge vom Stirnvor- derrande bis zur Halsquerfurche, beim © weniger stark quer, rundlicher, in den gleichen Massen nur um etwa ein Drittel breiter als lang. Augen sehr klein, aus den Seitenwölbungen des Kopfes kaum vorspringend, ihr von oben sichtba- rer Langsdurchmesser nur so gross wie die Enddicke des ersten Fühlergliedes. Die flach-konvexen Schläfen hinter den Augen beim 3 etwa zweimal, beim © etwa dreimal so lang wie der von oben sichtbare Augenlangsdurchmesser. Ober- seite des Kopfes flach gewolbt, seine Oberfläche auf äusserst fein rundnetzma- schig mikroskulptiertem, aber etwas glänzendem Grunde sehr fein und weit- _ laufig punktiert. In den Punkten inseriert eine schiittere, sehr feine, helle, nach vorn schrag aussen gelagerte Behaarung.

Fühler verhältnismässig kurz und ziemlich kräftig, zurückgelegt den Hinterrand des Halsschildes nur wenig überragend. Erstes Glied kräftig, schwach keulenförmig, etwas mehr als zweimal länger als am Ende breit; zweites Glied nur sehr wenig kürzer und nicht schwächer als das erste Glied, länglich-ellip- soidisch, etwa zweimal länger als in der Mitte breit; drittes Glied von etwa zwei Dritteln der Länge des zweiten Gliedes, von dünnerer Basis zum Ende verkehrt -konisch verdickt, um etwa die Hälfte länger als am Ende breit; viertes Glied nur wenig mehr als die Hälfte der Länge des vierten Gliedes messend, deutlich etwas breiter als das Ende dieses Gliedes, dadurch breiter als lang, bereits deut- lich quer. Die folgenden Glieder allmählich etwas an Länge, stärker an Breite zunehmend, so dass das zehnte Glied fast doppelt breiter als lang ist. Endglied an der Basis so breit und um die Hälfte länger als das zehnte Glied, zum Ende ogival abgerundet.

54 O. SCHEERPELTZ

Halsschild im Gesamtumriss schwach quer, aber beim ¢ stàrker, beim 9 etwas weniger stark verkehrt-trapezoidal, seine gròsste, in einer Querli- nie durch das vorderste Viertel gelegene Breite um etwa ein Fünftel grösser als seine Mittellänge, aber nur sehr wenig grösser als die grösste Kopfbreite, seine Seitenkonturen von den Punkten der grössten Breite nach vorn zu den stumpf- winkeligen Vorderecken rasch konvergent, nach hinten zu den nur in der An- lage erkennbaren, mit dem Hinterrand aber abgerundeten Hinterwinkeln sehr stark und fast geradlinig konvergent, so dass die Hinterrandbreite des Halsschil- des nur etwa zwei Drittel der grössten Halsschildbreite beträgt. Oberseite des Halsschildes flach gewölbt, in der Längsmittellinie mit der Andeutung einer feinen, schmalen Längsfurchenlinie. Oberfläche wie jene des Kopfes äusserst fein rundnetzmaschig mikroskulptiert, etwas glänzend, sehr fein und weitläu- fig punktiert. In den Punkten inseriert eine schüttere, sehr feine, helle, von der Mittellinie nach schräg aussen, hinten quer gelagerte Behaarung.

Schildchen verhältnismässig gross, gleichseitig-dreieckig, matt mi- kroskulptiert.

Fligeldecken sehr kurz, in Gesamtumriss quer, mit ganz abge- flachten Schultern, ihre in einer Querlinie vor den Hinterwinkeln gelegene, grösste Breite etwa so gross wie die grösste Halsschildbreite und um etwa ein Drittel grösser als die Schulterlänge, diese um etwa ein Viertel kürzer als die Mittellänge des Halsschildes, ihre Seitenkonturen nach hinten deutlich diver- gent. Oberseite flach gewölbt, ohne besondere Eindrücke, der Hinterrand zum Nahtwinkel kräftig stumpfwinkelig ausgeschnitten, vor den Hinterwinkeln deut- lich konkav ausgebuchtet. Oberfläche auf äusserst fein rundnetzmaschig mi- kroskulptiertem, etwas glänzendem Grunde nicht sehr dicht und ziemlich kräf- tig-körnelig punktiert. In den Punkten inseriert eine helle, gerade nach hinten gelagerte Behaarung.

Fli gel vollkommen geschwunden.

Abdomen an der Basis so breit wie die Hinterrandbreite der Flù- . geldecken, seine Seitenkonturen nach hinten bis zum Hinterrande des sechsten (vierten freiliegenden) Tergites um etwa ein Drittel der Basisbreite erweitert und dann erst zum Ende wieder stumpf verengt. Pleurite und Epipleurite ziem- lich stark entwickelt, das Abdomen daher verhältnismässig kräftig und ziemlich hoch gerandet. Das dritte bis fünfte (erste bis dritte freiliegende) Tergit an der Basis tief, das sechste (vierte freiliegende) Tergit dort etwas schwächer querfur- chig eingedrückt, das siebente (fünfte freiliegende) Tergit an seinem Hinter- rand ohne Hautsaum. Oberfläche auf äusserst fein querwellig mikroskulptiertem, ziemlich stark glänzendem Grunde weitläufig und fein punktiert, der Grund der basalen Querfurchen nicht punktiert. In den Punkten inseriert ein schüt- tere, feine, helle, gerade nach hinten gelagerte Behaarung.

Beine wie bei den verwandten Arten gebildet.

Beim Männchen ist das Ende des siebenten Sternites etwas enger abgerundet und tritt aus dem Abdominalende etwas weiter hervor als beim Weibchen, wo es breiter und flacher abgestutzt ist.

Der Aedoeagus des Männchens stimmt im Gesamtbautypus mit jenem der übrigen Arten des Subgenus Micropisalia m. überein. Sein Mittel- körper ist nach dem blasig aufgetriebenen Basalteil scharf eingeschnürt und ventralwärts stark abgeknickt, sein distales Ende wieder stark blasig erweitert, seine einfache Ventralplatte ist zum Ende in eine kurze, leicht dorsalwärts auf- gebogene Spitze ausgezogen, die Dorsalplatte jederseits zum Ende in je eine

NEUE LEPTUSA- UND SIPALIA-ARTEN 55

scharfe Längskante aufgebogen, zwischen denen der Innensack austritt, ihr Ende quer leicht ausgebuchtet abgestutzt. Der Innensack selbst enthält, in sei- nen häutigen Wandungen eingebettet, jederseits je eine stärkere Chitinspange, die distal in je eine kurze freie Chitinspitze endet. Dazwischen erstreckt sich ein kurzes Stachelborstenfeld vor der Umstülpstelle.

Lane 0/1, 04,901: |

Die winzige Art wurde von Herrn E. Pretner in der Zeit vom 14. - 19. VI. 1926 in einigen Stücken (Typen im Museo Civico di Storia Naturale di Trieste) auf dem Mte. Terminillo in den Abbruzzen nordôstlich von Rieti aufgefunden und sei unter Beibehaltung des ihr schon von Prof. Dr. E. Gri- delli in litteris gegebenen Namens dem Entdecker gewidmet.

Leptusa (Subgen. Micropisalia Scheerp.) Gridellii nov. spec.

Rotbraun, die Endhälfte des fiinften, das ganze sechste und die Basal- halfte des siebenten (Endhalfte des dritten, das ganze vierte und die Basal- hälfte des fünften freiliegenden) Tergites dunkel schwarzbraun, Mundteile, Fühler und Beine heller rötlichgelb.

Kopf im Gesamtumriss quer-elliptisch, seine grösste Breite in einer Querlinie durch die Mitte der Schläfen um etwa ein Drittel grösser als seine Mittellänge vom Stirnvorderrande bis zur Halsquerfurche. Augen sehr klein, mit den Seitenwölbungen des Kopfes fast ganz verrundet, ihr von oben sichtba- rer Längsdurchmesser nur so gross wie die Enddicke des ersten Fühlergliedes. Die leicht konvexen Schläfen hinter den Augen etwa zweiundeinhalbmal länger als der von oben sichtbare Augenlängsdurchmesser. Oberseite des Kopfes flach gewölbt, seine Oberfläche auf äusserst fein rundnetzmaschig mikroskulptiertem, aber etwas glänzendem Grunde sehr fein und ziemlich dicht punktiert. In den Punkten inseriert eine schüttere und feine, ziemlich lange, helle, nach vorn schräg aussen gelagerte Behaarung.

Fühler verhältnismässig kurz und ziemlich dünn, zurückgelegt den Hinterrand des Halsschildes etwas überragend. Erstes Glied kräftig, schwach keulenförmig, etwa zweiundeinhalbmal länger als am Ende breit; zweites Glied von etwa zwei Dritteln der Länge und Stärke des ersten Gliedes, leicht verkehrt- kegelstumpfförmig, etwa zweimal länger als am Ende breit; drittes Glied schwä- cher und zarter als das zweite Glied, von dünnerer Basis zum Ende verkehrt- konisch verdickt, zweimal länger als am Ende breit; viertes Glied nur wenig mehr als die Hälfte der Länge des driten Gliedes messend, deutlich etwas breiter als das Ende dieses Gliedes, dadurch etwas breiter als lang, bereits leicht quer. Die folgenden Glieder allmählich etwas an Länge und etwas stärker an Breite zunehmend, so dass das zehnte Glied um etwas mehr als um die Hälfte breiter als lang ist. Endglied an der Basis so breit und um die Hälfte länger als das zehnte Glied, zum Ende ogival abgerundet.

Halsschild im Gesamtumriss schwach quer, seine grösste, in einer Querlinie etwa durch das vorderste Drittel gelegene Breite nur um etwa ein Fünftel grösser als seine Mittellänge und kaum grösser als die grösste Kopfbreite, seine Seitenkonturen von den Punkten der grössten Breite nach vorn zu den stumpfwinkeligen Vorderecken leicht konvergent, nach hinten zu den mit dem Halsschildhinterrande vollkommen verrundeten Hinterwinkeln zwar etwas stärker als nach vorn, aber trotzdem nur schwach konvergent, so dass die Hinterrandbreite des Halsschildes nur wenig geringer ist als die grösste Halsschildbreite. Ober- seite des Halsschildes flach gewölbt, in der Längsmittellinie mit der Andeutung

56 i casta ‚0. SCHEERPELTZ

einer feinen, schwachen Längsfurchenlinie. Oberfläche wie jene des Kopfes äusserst fein rundnetzmaschig mikroskulptiert, etwas glänzend, sehr fein und etwas weitlaufiger als der Kopf punktiert. In den Punkten inseriert eine schüt- tere, sehr feine, helle, von der Mittellinie nach schräg aussen, u, quer Besa gerte Behaarung.

Schildchen ziemlich gross, gleichseitig dreieckig, matt t mikroskulp- tiert.

Pligeldec¢ k en kurz, im Gesamtumriss quer, mit abgeflachten Schul- tern, ihre in einer Querlinie vor den Hinterwinkeln gelegene, grösste Breite etwas kleiner als die grösste Halsschildbreite und um etwa ein Drittel grösser als die Schulterlänge, diese jedoch um etwa ein Drittel kürzer als die Mittellänge des Halsschildes, ihre Seitenkonturen nach hinten etwas divergent. Oberseite flach gewölbt, ohne besondere Eindrücke, der Hinterrand fast gerade und senkrecht zur Körperlängsachse abgestutzt, vor den Hinterwinkeln kaum ausgebuchtet. Oberfläche auf äusserst fein rundnetzmaschig mikroskulptiertem, etwas glän- zendem Grunde nicht sehr dicht und ziemlich kräftig-körnelig punktiert. In den Punkten inseriert eine helle, gerade nach hinten gelagerte Behaarung.

Flügel vollkommen geschwunden.

Abdomen an der Basis so breit wie die Hinterrandbreite der Flü- geldecken, seine Seitenkonturen nach hinten bis zum Hinterrande des sechsten (vierten freiliegenden) Tergites um etwa ein Viertel der Basisbreite erweitert und dann erst zum Ende wieder stumpf verengt. Pleurite und Epipleurite ziem- lich stark entwickelt, das Abdomen daher verhältnismässig.kräftig und ziemlich hoch gerandet. Das dritte bis fünfte (erste bis dritte freiliegende) Tergit an der Basis tief, das sechste (vierte freiliegende) Tergit dort etwas schwächer querfur- chig eingedrückt, das siebente (fünfte freiliegende) Tergit an seinem Hinterrand ohne Hautsaum. Oberfläche auf äusserst fein quermaschig mikroskulptiertem, ziemlich stark glänzendem Grunde weitläufig und fein punktiert, der Grund der basalen Querfurchen nicht punktiert, In den Punkten inseriert ein schüttere, feine, helle, gerade nach hinten gelagerte Behaarung.

Beine wie bei den verwandten Arten gebildet.

Beim Männchen ist das siebente Sternit am Ende enger abgerundet und tritt aus dem Abdominalende etwas weiter und spitzer hervor.

Auch der Aedoeagus des Männchens dieser Art stimmt im Gesamt- bautypus mit jenem der übrigen Arten des Subgenus Micropisalia m. überein. Sein Mittelkörper ist nach der gleichfalls blasig aufgetriebenen Basis etwas eingeschnürt, aber nicht sehr stark ventralwärts abgeknickt, sein distales Ende auch stärker erweitert, seine Ventralplatte jedoch ist von der Abbiegungsstelle an der Länge nach gerinnt, ihre Ränder springen als Längskanten stärker vor und vereinigen sich erst kurz vor der etwas ventralwärts kurz abgebogenen Spitze. Die Dorsaplplatte ist zum Ende dorsal hoch aufgewölbt, vor dem Ende seitlich in je eine vorspringende Lamelle ausgezogen und vereinigt sich zur Spitze über ihre, die Austrittsöffnung des Innensackes umfassenden Seitenkanten mit der Ventralplatte. Der Innensack trägt, in seinen häutigen Endwandungen eingebettet, jederseits eines in der Längsmitte gelegenen, kurzen und kleinen Borstenstachelfeldes je eine stärker chitinisierte Längslamelle, die sich vor der Umstülpungsstelle vereinigen, worauf dieses Gebilde als dünnerer, aus dem Innensack lang heraushängender Griffelfaden hervortritt.

Lange: :1,%:mm.

NEUE LEPTUSA- UND SIPALIA-ARTEN 57

Die Art wurde in Gebiet des Mte. Nevoso, dem früher sogenannten « Krai- ner Schneeberg » gefunden. Ich widme sie in herzlicher Freundschaft und Dank- _ barkeit Herrn Prof. Dr. E. Gridelli, dem Direktor des Museo Civico di Sto- ria Naturale di Trieste. Der Typus befindet sich in den Sammlungen dieses Museums. |

Sipalia (Subgen. Lioglutosipalia Scheerp.) matajurensis nov. spec.

Ganz hell-gelbbraun, Mundteile, Fühler und Beine blassgelb.

Kopf im Gesamtumriss fast genau kreisrund, so lang wie breit, mit sehr kleinen, flachen, mit den Seitenwölbungen des Kopfes vollkommen verrun- deten Augen, ihr von oben sichtbarer Längsdurchmesser nur so gross wie die Enddicke des ersten Fühlergliedes. Schläfen hinter den Augen fast viermal so lang wie der von oben sichtbare Längsdurchmesser der Augen. Oberseite des Kopfes flach gewölbt, in der Mitte mit einem ziemlich grossen, rundlichen, aber flachen Eindruck. Oberfläche auf äusserst fein rundnetzmaschig mikroskulp- tiertem, ziemlich stark glänzendem Grunde sehr fein und ziemlich weitläufig punktiert. In den Pünktchen inseriert eine äusserst feine, helle, nach vorn schräg aussen gelagerte Behaarung.

Fühler ziemlich. kurz und kräftig, zurückgelegt den Hinterrand des Halsschildes kaum erreichend. Erstes Glied kräftig, keulenförmig, etwa zweiund- einhalbmal länger als am Ende breit; zweites Glied so lang und nur wenig schwächer als das erste Glied, leicht verkehrt-kegelstumpfförmig, etwa zweiund- einhalbmal länger als am Ende breit; drittes Glied von etwa zwei Dritteln der Länge des zweiten Gliedes, von dünnerer Basis zum Ende ziemlich stark ko- nisch verdickt, etwa zweimal länger als am Ende breit; viertes Glied halb so lang wie das dritte Glied, aber deutlich breiter als das Ende dieses Gliedes, bereits sehr deutlich quer. Die folgenden Glieder nur sehr wenig an Länge, aber ziemlich rasch an Breite zunehmend, allmählich immer stärker quer wer- dend, so dass das zehnte Glied etwas mehr als doppelt so breit wie lang ist. End- glied an der Basis so breit wie das zehnte Glied, fast doppelt so lang wie dieses Glied, zum Ende ogival abgerundet. si

Halsschild im Gesamtumriss nur sehr schwach quer, seine in einer Querlinie etwa durch das vorderste Viertel gelegene, grösste Breite nur um etwa ein Siebentel grösser als seine Mittellänge, seine Seitenkonturen nach vorn zu den abgerundeten Vorderwinkeln leicht, nach hinten zu den undeutlichen, mit dem nach hinten flach-konvexen Halsschildhinterrande breit verrundeten Hin- terwinkeln, etwas stärker konvergent. Oberseite des Halsschildes flach gewölbt, in seiner Längsmitte vor der Basis mit einem ziemlich breiten und verhältnismäs- sig tiefen, gegen das vorderste Viertel allmählich verflachenden und verschwin- denden Eindruck. Oberfläche des Halsschildes wie jene des Kopfes auf äusserst fein rundnetzmaschig mikroskulptiertem, stark glänzendem Grunde sehr fein und weitläufig punktiert. In den Punkten inseriert eine helle, gerade nach hinten gelagerte Behaarung, in den Vorderwinkeln und im vordersten Teile des Sei- tenrandes stehen einzelne, längere, dunkle Borstenhaare.

Schildchen ziemlich gross, gleichseitig-dreieckig, grob-körnelig dicht skulptiert. |

Flügeldecken kurz, im Gesamtumriss quer, mit abgeflachten Schultern, ihre in einer Querlinie vor den Hinterwinkeln gelegene, grösste Breite um ganz wenig grösser als die grösste Halsschildbreite und um fast die Hälfte grösser als die Schulterlänge, diese nur etwa zwei Drittel der Halsschildmit-

58 | O. SCHEERPELTZ

tellange erreichend, ihre Seitenkonturen nach hinten deutlich divergent. Ober- seite flach gewölbt, mit einem seichten, aber ziemlich grossen, von der Gegend der Schultern zum Nahtwinkel gerichteten Schrägeindruck. (Diese Bildung tritt bei den verwandten Arten öfter als Sexualauszeichnung der 33 auf und ist auch hier als solche zu deuten !). Oberfläche der Flügeldecken auf äusserst fein rundnetzmaschig mikroskulptiertem, aber ziemlich glänzendem Grunde ver- hältnismässig dicht und ziemlich kräftig-körnelig punktiert. In den Punkten inseriert eine feine, helle, gerade nach hinten gelagerte Behaarung.

Flügel vollkommen geschwunden.

Abdomen an der Basis nur wenig schmäler als die Gesamtbreite der Flügeldecken, seine Seitenkonturen nach hinten bis zum Hinterrande des sechsten (vierten freiliegenden) Tergites etwas erweitert und dann zum Ende wieder etwas verjüngt, das Ende selbst zugespitzt. Pleurite und Epipleurite ziemlich stark entwickelt, das Abdomen daher verhältnismässig kräftig und hoch gerandet. Das dritte bis fünfte (erste bis dritte freiliegende) Tergit an der Basis tief querfurchig eingedrückt, das siebente (fünfte freiliegende) Tergit an seinem Hinterrand ohne Hautsaum. Oberfläche auf äusserst fein quernetzmaschig, auf der hinteren Hälfte des siebenten (fünften freiliegenden) Tergites allmählich äusserst fein rundmetzmaschig mikroskulptiertem, überall stark glänzendem Grunde sehr fein und weitläufig punktiert. In den Punkten inseriert eine ziem- lich lange, helle, gerade nach hinten gelagerte Behaarung, an der Abdominalspitze stehen einzelne, längere, dunkle Borstenhaare.

Beine wie bei den verwandten Arten gebildet.

Beim Männchen ist das Ende des siebenten Sternites enger abge- rundet und tritt aus dem Abdominalende deutlicher hervor.

Der Aedoeagus des Männchens ist nach dem allgemeinen Bautypus wie bei den anderen Arten des Subgenus Lioglutosipalia m. gebaut. Von dem etwas blasig aufgetriebenen Basalteil verjüngt sich der Mittlekörper bei gleichzei- tiger, ventralwärts gerichteter Abbiegung in der Mitte und die Ventralplatte, von hier an in der Längsmitte gekielt, biegt sich stärker zu einer distalen Spitze ab. Die Dorsalplatte verbreitert sich zum Ende zu einem vorn tief ausgeschnit- tenen, mit den Seitenteilen eckig vorspringenden Endteil, in dessen Ausschnitt die Austrittsöffnung des Innensackes liegt. Dieser trägt, ventral in der häutigen, von feinen Körnchenwarzen bedeckten Wandung eingebettet, eine breite Chi- tinzunge, deren Ende vor der Umstülpstelle als kleine Spitze absteht.

Lanee. 2-2 1wm,

Die Art wurde auf dem Mte. Matajur, dem Bergzuge südlich des ersten Isonzo-Knies, von Prof. Dr. G. Miiller (Triest), entdeckt. Sie steht in enger Verwandtschaft zu der in jiingster Zeit in den Karnischen Alpen entdeckten Sipalia (Lioglutosipalia) carnica m., unterscheidet sich von dieser aber schon rein äusserlich auf den ersten Blick durch anderen Gesamthabitus und den ganz anderen Fühlerbau. Typus in Museo Civico di Storia Naturale di Trieste.

Sipalia (Subgen. Lioglutosipalia Scheerp.) Lonai nov. spec.

Ganz rotbraun, der Kopf, die hintere Halfte des sechsten (vierten frei- liegenden) und die Basalhälfte des siebenten (fünften freiliegenden) Tergites etwas dunkler braun, die Mundteile, Fühler und Beine heller rotlich-gelbbraun.

Kopf im Gesamtumriss fast ganz kreisrund, mit stark konvex gewölb- ten Seitenkonturen und kleinen, mit den Seitenwölbungen des Kopfes vollkom- men verrundeten Augen. Die Augen sind aber eigenartig gestaltet: Sie sind

NEUE LEPTUSA- UND SIPALIA-ARTEN 59

namlich stark elliptisch geformt, wobei die Langsachse dieser Ellipse fast doppelt so lang ist wie die Kurzachse und schräg von hinten oben nach vorn unten ge- stellt ist. Die Langsachse hat etwa die Lange des dritten Fühlergliedes, die Kurz- achse ist etwa der Enddicke des zweiten Fühlergliedes gleich. (Diese Form der Augenausbildung entspricht den bei Reduktionsformen der Augen von Staphyliniden wiederholt beobachteten Richtungen der Reduktiontendenzen der Augen. (Vergl. die Augenbildung z. B. im Subgen. Myoposipalia Scheerp., vor allem aber die stufenweise Reduktion der Augen bei den Formen der Atheta (Subgen. Attatheta Scheerp.) anisophthalma Scheerp., Archiv. f. Naturgeschichte, Neue Folge, 1936, V, H. 4, p. 507 - 515). Die Schläfen hinter den Augen sind etwa dreimal langer als der von oben sichtbare Langsdurchmesser der Augen. Oberseite des Kopfes gleichmässig flach gewolbt, ohne Eindriicke. Oberflache auf äusserst fein rundnetzmaschig mikroskulptiertem, ziemlich glanzendem Grunde sehr fein und ziemlich weitlaufig punktiert. In den Punkten inseriert eine schüttere, feine, helle, von hinten aussen nach schräg vorn innen gelagerte Behaarung.

Fihler ziemlich lang und schlank, zurtickgelegt den Hinterrand des Halsschildes etwas tiberragend. Erstes Glied kraftig, keulenformig, etwa zweiund- einhalbmal langer als am Ende breit; zweites Glied nur ganz wenig kirzer und nur wenig schwächer als das erste Glied, leicht verkehrt-kegelstumpfförmig, nur wenig mehr als zweimal länger als am Ende breit; drittes Glied von etwa drei Vierteln der Länge und Stärke des zweiten Gliedes, von dünnerer Basis zum Ende leicht konisch verdickt, etwa zweimal länger als am Ende breit; viertes Glied nur halb so lang wie das dritte Glied, aber ganz wenig breiter als das Ende dieses Gliedes, bereits deutlich leicht quer. Die folgenden Glieder allmählich etwas an Länge und etwas mehr an Breite zunehmend, so dass das zehnte Glied um etwas mehr als um die Hälfte breiter als lang ist. Endglied an der Basıs so breit wie das zehnte Glied, etwa doppelt so lang wie dieses Glied, zum Ende ogival zugespitzt. |

Halsschild im Gesamtumriss nur ganz schwach quer, seine in einer Querlinie etwa durch das vorderste Viertel seiner Länge gelegene, grösste Breite nur um etwa ein Achtel grösser als seine Mittellänge und um etwa ein Fünftel grösser als die grösste Kopfbreite. Seine Seitenkonturen von den Punkten der grössten Breite nach vorn zu den abgerundeten Vorderwinkeln schwach und kurz, nach hinten zu den mit dem konvexen Halsschildhinterrande breit verrundeten Hinterwinkeln etwas länger und stärker konvergent. Oberseite flach gewölbt, nur mit einem kleinen, flachen Quergrübchen in der Mitte der Basis vor dem Schildchen. Oberfläche auf äusserst fein rundnetzmaschig mikroskulptiertem, etwas glänzendem Grunde ziemlich fein und verhältnismässig dicht, deutlich ganz leicht körnelig punktiert. In den Punkten inseriert eine feine, helle, gerade nach hinten gelagerte Behaarung, in den Vorderwinkeln und an den Seitenrän- dern stehen einzelne, längere, dunkle Borstenhaare.

Schildchen ziemlich gross, dreieckig, dicht körnelig skulptiert, kaum glänzend. | |

Flügeldecken im Gesamtumriss querrechteckig, mit sehr schwach ausgeprägten Schultern, ihre in einer Querlinie vor den Hinterwinkeln liegende, grösste Breite nur ganz wenig grösser als die grösste Halsschildbreite und um etwa ein Drittel grösser als die Schulterlänge, diese aber um etwa ein Drittel geringer als die Halsschildmittellänge, ihre Seitenkonturen nach hinten etwas divergent. Oberseite flach gewölbt, beim & mitunter jederseits der Naht mit

60 O. SCHEERPELTZ

einem schwachen Schrageindruck, der Hinterrand fast gerade und senkrecht zur Kôrperlängsachse abgestutzt, vor den Hinterwinkeln kaum ausgebuchtet. Oberflache auf äusserst fein rundnetzmaschig mikroskulptiertem, schwach glän- zendem Grunde sehr dicht und sehr kräftig-körnelig, etwas raspelartig punktiert. In den Punkten inseriert eine feine, helle, gerade nach hinten gelagerte Behaa- rung.

Fligel vollkommen geschwunden.

Abdomen an der Basis so breit wie die Gesamtbreite der Flügel- decken, seine Seitenkonturen nach hinten bis zum Hinterrande des sechsten (vierten freiliegenden) Tergites etwas erweitert und dann zum Ende wieder etwas verjüngt, das Ende selbst zugespitzt. Pleurite und Epipleurite ziemlich stark entwickelt, das Abdomen daher verhältnismässig kraftig und hoch geran- det. Das dritte bis fünfte (erste bis dritte freiliegende) Tergit an der Basis tief querfurchig eingedrückt, das siebente (fünfte freiliegende) Tergit an seinem Hinterrand ohne Hautsaum. Oberfläche auf äusserst fein quernetzmaschig, auf der hinteren Hälfte des siebenten (fünften freiliegenden) Tergites allmäh- lich äusserst fein rundnetzmaschig mikroskulptiertem, überall stark glänzen- dem Grunde sehr feinkörnelig und weitläufig punktiert. In den Punkten inseriert eine ziemlich lange, helle, gerade nach hinten gelagerte Behaarung, an der Abdo- minalspitze stehen einzelne, längere, dunkle Borstenhaare.

Beine wie bei den verwandten Arten gebildet.

Beim Männchen ist das Ende des siebenten Sternites enger abge- rundet, tritt aus dem Abdominalende deutlicher hervor und trägt an seinem Hinterrande nur einzelne, längere Haare, wogegen es beim Weibchen brei- ter und flacher abgerundet ist, im Abdominalende etwas weiter eingezogen liegt und an seinem Hinterrand einen dichten Balz von kurzen Wimperhaaren trägt.

Der Aedoeagus des Männchens stimmt in seinem allgemeinen Bautypus gleichfalls mit jenem aller anderen Arten des Subgenus Lioglutosi- palia m. überein. Auch sein Mittelkörper ist von einem blasig aufgetriebenen Basalteil zunächst etwas eingeschnürt, ventral etwas abgebogen und bildet dann einen verdickten Endteil, an dessen Ausbildung die beiden zwischen sich die Austrittsöffnung des Innensackes einschliessenden, je eine kleine Beule tragen- den Seitenteile der Dorsalplatte hauptsächlich beteiligt sind. Die .Ventralplatte trägt von der Basis her einen feinen Mittelkiel und endet in einer ziemlich stum- pfen, lappenartig abgebogenen Endzunge. Der Innensack trägt, in der häutigen Wandung eingebettet, seitlich je eine schmale Chitinspange, die sich kurz vor der Umstülpstelle hinter einem kleinen Feld kleiner, stumpfer Körnchen verei- nigen und dann als kurze, lamellenartige Querplatte abstehen.

An 6.3 3,2 mm.

Die Art wurde von Prof. Carlo Lona (Triest) in den È Nord- ost-Siziliens (Monti Nebrodi) im Gebiet des Mte. Sori in Mai 1937 aufgefun- den und sei ihrem Entdecker gewidmet. Typen und Paratypen im Museo Ci- vico di Storia Naturale di Trieste.

61

Baccio BACCETTI

Stazione di Entomologia agraria di Firenze

NOTULAE OR THOPTEROLOGICAE | IV

SU UN’OPERA DI PIETRO ROSSI DIMENTICATA DAI SISTEMATICI, E SULLA DATA DI DESCRIZIONE DEL BACILLUS ROSSIUS ROSSI

Consultando i primi volumi della antica rivista veronese « Memorie di matematica e fisica della Società italiana » ho avuto la sorpresa di trovarvi un’o- pera di Pietro Rossi stampata nel 1788 (1), anteriore perciò di due anni alla ben nota « Fauna etrusca » la cui prima edizione risale al 1790 (2). Tale opera. porta il titolo « Osservazioni insettologiche del sig. Pietro Rossi, Regio Profes- sore nell’ Università di Pisa, indirizzate al Sig. Conte d’ Hochenwart, Professore d’Istoria Politica per le LIS AOR gli Arciduchi Principi di Toscana » ed occupa nel tomo IV della rivista le pagine da 122 a 149. Ho buoni motivi per ritenere che questa pubblicazione sia nuova per 1 sistematici, basandomi sul fatto che non solo essa non è citata in nessuna opera ortotterologica in alcun trattato, ma anche che in essa figura la prima descrizione del Bacillus rossius, che invece viene dato in tutti i cataloghi come menzionato dal Rossi per la prima volta nella « Fauna etrusca » (1790) e per la seconda volta nella «Mantissa insec- torum » (1794) (3): È chiaro perciò che nessuno aveva potuto leggere le « Os- servazioni insettologiche », di 2 anni anteriori alla prima delle due opere fonda- mentali del vecchio entomologo toscano.

Pur essendo questa pubblicazione rimasta ignota ai sistematici, essa è stata, sia pur saltuariamente, citata in letteratura. Per la prima volta ne dette notizia lo stesso Rossi, nella « «+ etrusca », scrivendo a pag. 260 in calce alla descrizione del suo Bacillus : « ...Invenitur figura et historia a me exhibita in Actis Societatis Italicae, tomo IV... Rois bibliografica molto incompleta (man- ca, fra l’altro, l’anno di stampa) che ben si comprende non sia stata presa in con- siderazione. Per esteso la pubblicazione in parola fu citata dal PERCHERON (4) che la elencò nella sua « Bibliographie entomologique », a pag. 18 del II° volume, sotto il titolo « Osservazioni insectologiche » e senza data, collocandola, però di seguito alla « Mantissa » e pertanto presumendola posteriore al 1794. La ci- tazione fu ripresa poi da H. HAGEN (5) (1863) che la riportò nella sua « Biblio- theca entomologica » a pag. 93 del secondo volume, lasciando il titolo immutato ma aggiungendo l’anno di stampa. Infine HORN e SCHENKLING (6), nel 1928

(1) Rossi P., 1788 - Osservazioni insettologiche - Memorie di Matematica e Fisica della So- cietà Italiana, IV, Verona, pp. 122-149, 13 figg.

(2) Rossi P., 1790 - Fauna etrusca - Tomo I, Liburni, Masi, 272 pp.

(3) Rossi P., 1794 - Mantissa insectorum - Pisis, Polloni, 154 pp.

(4) PERCHERON A., 1837 - Bibliographie entomologique - 'Tomo II, Parigi e Londra, 376 pp.

(5) Hacen H. A., 1863 - Bibliotheca entomologica - II° vol., Leipzig, Engelman, 512 pp.

(6) Horn W. e SCHENKLING S., 1928 - Index Litteraturae Entomologicae - Serie I, vol. III, Berlin-Dahlem, 1056 pp.

62 B. BACCETTI

trasportarono la citazione di HAGEN nel loro « Index Litteraturae Entomolo- gicae », a pag. 1018 del III volume.

Le « Osservazioni insettologiche » contengono la segnalazione della cattura del Strex gigas a Pisa, alcune osservazioni su parassiti di Vespe, sul ragno mura- tore e sul bruco della Acherontia atropos, oltre alla descrizione originale del Bacillus rossius (sub Pseudomantis rossia) che riporto per esteso: (7)

« PSEUDOMANTIS Rossia, Baculiformis, Aptera. Habitat Pisis in sepibus vi- rentibus ad fossas aquarum. Magnitudo juxta aetatem diversa, tota dilute viridis, glabra; corpore admodum tenui et prelongo, paullo compresso, instar baculi ubique aequali, et caudam versus annulis distincto, caput inflexum, teres, postice angu- stum, thoraci connatum. Antennae breves, cylindricae. Ocelli exigui, prominuli, sphaerici. Os tentaculis quatuor subaequalibus, labio inferiore bifido. Tibiae et fe- mora longissima, introrsum denticulata, quorum antica crassiora. Alae nullae. Tarst quinque uti in Manti ».

Tale descrizione fu poi dal Rossi riportata, quasi immutata, nella « Fauna etrusca » a pag. 259-260; tuttavia permette due osservazioni di indubbio inte- resse sistematico: fornisce la patria typica della specie (Pisa) tralasciata nell’opera successiva, ed anticipa di 2 anni la data di istituzione della specie.

Poichè sono in argomento, colgo l’occasione per compiere alcune precisa- zioni nomenclatorie sul Bacillus rosstus Rossi, che la quasi totalità degli Autori indicano come Bacillus Rossi Fab. Il FABRICIUS ignorava la specie sia all’epoca dei suoi primi lavori di sistematica generale Systema Entomologiae » (8), del 1775 e «Species Insectorum » (9) del 1731) che all’epoca della pubblicazione della sua « Mantissa Insectorum » (1787) (10): Per la prima volta trattò della specie in parola nel II volume della « Entomologia systematica » (11), a pag. 13, nel 1793, riportando chiaramente l’indicazione bibliografica del Rossi:

« Mantis Rossia - Rossi, Fn. Etr., I, 259 ».

Questa specie, se mai, era stata descritta per la prima volta dal CyRILLUS (12) (1787) sotto il nome di Mantis filiformis, e citata poi sotto lo stesso nome del PETAGNA (13) (1792, I vol., p. 307); ma risultò nome non valido, essendo la denominazione preoccupata da Mantis filiformis Fabricius (1787, Mant. Insect., I, p. 227, 1) designante un Mantide sud americano.

Pertanto la prima descrizione valida risulta quella del Rossi (non solo quella delle « Osservazioni insettologiche » del 1788, ma anche, fino ad ora, quella della « Fauna etrusca », di due anni posteriore, ma sempre di tre anni anteriore alla «Entomologia systematica» di FABRICIUS, e d’altra parte in essa chiaramente citata). La totalità degli Autori dell’epoca, però, (escluso GRAY G. R. (14), SER- VILLE (15) e FIEBER (16), che assegnarono la specie al Gray, il quale ne aveva parlato per la prima volta solo nel 1835) attribuirono la specie al FABRICIUS:

(Pep, dati, i

(8) FaBRICIUS J. C., 1775 - Systema Entomologiae. - Flensburgo e Lipsia, 832 pp.

(9) FaBricius J. C., 1781 - Species Insectorum - Hamburgi et Kilonii, Bohn, 552 pp.

(10) FABRICIUS J. ©: 1787 - Mantissa Insectorum - Tomo I, Hafniae, 348 pp.

(11) FABRICIUS J. C., 1793 - Entomologia systematica - "Tomo II, Hafniae, 519 pp.

(12) CyRyLLUS D., 1787-1792 - Entomologiae Neapolitanae Specimen primum - Napoli, 8 pp., 12 tavv.

(13) PETAGNA V., 1792 - Institutiones entomologicae. - Napoli, Vol. II, pp. 12+718+10.

(14) Gray G. R., 1835 - Synopsis of the Species of Phasmidae. - London, Longman, 48 pp.

(15) SERVILLE - AUDINET J. G., 1839 - Histoire Naturelle des Insectes Orthoptéres. (Suites a Buffon), Paris, Roret, 776 pp.

(16) FieBER F., 1854 - Synopsis der europdischen Orthopteren. - Prag, Gerzabek, 78 pp.

SUL BACILLUS ROSSIUS 63

a cominciare da LATREILLE (17), CHARPENTIER (18), e BURMEISTER (19) fino a Von SIEBOLD (20), FiscHER (21), YERSIN (22) che attinsero dai precedenti Au- tori, e fino ai più recenti e classici cataloghi del BOLIVAR (23) (1876), del BRUN- NER (24) (1882), del FINOT (25) (1883 e 1890). È interessante rilevare che tutti questi Autori riportavano fra i sinonimi « Mantis Rossia, Rossi» senza citare la data dell’opera, ma ponendola sempre di seguito a quella del FaBrICIUS. Finalmente

Fig. 1

Figura originale, in bianco e nero, di Bacillus rossius Rossi (da Rossi, « Osservazioni insettologiche »,

1788, fig. VI). La figura venne riportata, questa volta a colori, nella « Fauna etrusca » (1790) con

lievi modifiche, la saliente delle quali consistente nella abolizione di uno dei segmenti addominali

(che da 10, come nella figura qui riprodotta, furono portati a 9). Nella edizione di Hellwig ed Illiger della « Fauna etrusca » (1795) venne mantenuta la figura del 1790

Kirpy (26) restituì alla specie denominazione ed autore originali: Bacillus Ros- . sia Rossi; CHOPARD (27) nella I edizione della « Faune de France » seguì KIRBY (B. Rossit Rossi), ma tutti gli altri Autori di opere d’insieme o di cataloghi suc- cessivamente continuarono a citare FABRICIUS come autore del Bacillus rossi :

(17) LATREILLE P. A., 1804 - Histoire naturelle generale et particulière des Crustacés et des Insectes. - Paris, Dufart, 421 pp.

(18) CHARPENTIER T., 1825 - Horae entomologicae. - Wratislaviae, pp. XVI-261, 9 tavv.

(19) BURMEISTER H., 1839 - Handbuch der Entomologie. - II vol., Berlin, pp. XII+ 1050.

(20) Von SıEBoLD C. T. E., 1843 - Bemerkungen ueber eine den Bacillus Rossii bewohnende Schmarotzer Larve. - Zeit. f. d. Ent. IV, pp. 389-394.

(21) FISCHER F., 1853 - Orthoptera europaea. - Lipsiae, Engelmann, XX +455 pp., 19 tavv.

(22) YERSIN A., 1859 - Note sur quelques Orthoptères nouveaux ou peu connus d’ Europe. - Ann. Soc. Ent. France, III ser., T. VIII, pp. 509-537, I tav.

(23) BoLıvar I., 1876 - Synopsis de los Orthopteros de España y Portugal. - Madrid, 334 DB: % tay;

(24) BRUNNER VON WATTENWYLL C., 1882 - Prodromus der Europdischen Orthopteren. - Leipzig, Engelmann, 446 pp., XI tavv.

(25) FINOT A., 1883 - Les Orthoptères de la France. - Paris, 195 pp.

FINOT A., 1890 - Faune de la France. Insectes Orthopteres. - Paris, pp. 322, 13 tavv. Cfr. p. 93.

(26) Kirpy W. F., 1904 - A synonymic Catalogue of Orthoptera. - Vol. I, London, 501 pp.

(27) CHoparp L., 1922 - Faune de France. 3 Orthoptères et Dermaptères. - Paris, Leche- valier, 209 pp., 466 pp.

64 B. BACCETTI

<P

da BRUNNER e REDTENBACHER (28), TUEMPEL (29) (1922) e SILVESTRI (30) (1934) fino allo stesso CHoPARD (31) nella II edizione della « Faune de France ».

Naturalmente tale stato di cose, sancito dai cataloghi più autorevoli, si è ripercosso sulle opere faunistiche minori e sui trattati di entomologia generale pubblicati via via, facenti riferimento, progressivamente, al catalogo più recente.

Io penso che, anche volendo applicare le leggi della nomenclatura con suf- ficiente elasticità per non complicare eccessivamente le cose, la specie debba es- sere denominata

Bacillus rossius aitribuita al Rossi e datata 1788.

Volendo applicare strettamente il Codice Internazionale di Nomencla- tura Zoologica, però, al genere Bacillus (LATREILLE, 1825) (32) dovrebbe andare la denominazione Pseudomantis (Rossi, 1788), assai anteriore, sin’ora scono- sciuta poichè il Rossi stesso, nel 1790, incluse la specie nel genere Mantis, preesistente, perchè creato dal LINNE’ con M. religiosa genotipo. Successivamente al genere Mantis fu tolta la specie rossia, per la quale il LATREILLE coniò il genere Bacillus, non conoscendo il precedente Pseudomantis, nome valido.

Però SAUSSURE (33) nel 1869 istituì un nuovo genere Pseudomantis (non conosceva evidentemente l’opera del Rossi) che è stato conservato per indicare un gruppo di Mantidi Africani ed Australiani. Pertanto Pseudomantis (SAUS- SURE 1869) sarebbe nome non valido perchè preoccupato, Bacillus cadrebbe in sinonimia con Pseudomantis (sensu Rossi 1788) e per il genere Pseudomantis (sensu AA.) andrebbe coniato un nome nuovo. Questo però complicherebbe eccessivamente le cose, e pertanto, in omaggio alla denominazione generica più diffusa, mi limito a segnalare il fatto senza applicare strettamente le leggi nomen- clatorie.

(28) BRUNNER Vv. WATTENWYL K. & REDTENBACHER J., 1908 - Die Insektenfamilie der Phasmiden. - Leipzig, 589 pp., 27 tav., cfr. p. 33-34.

Questi autori, unici nella letteratura, indicano (p. 34) come sinonimo di Bacillus rossii Fab. : « Plocaria (sic!) domestica, SCOPOLI, 1786. Delic. F. et Fl. Insubr. I, p. 60, pl. 24, Fig. A.» ed aggiungono: « Diese bekannteste unter allen Phasmiden sollte nach den Regeln der Prioritat eigentlich den Speziesname » domestica « Scopoli führen; » ma preferiscono mantenere il nome «Rossii» perchè il più diffuso nella letteratura. È evidente che questi AA. non conoscevano de visu l’opera di Scopoli, anche se la citano nell’elenco bibliografico (p. 18).

A parte il fatto che la diagnosi e le figure dello ScoPOLI si riferiscono chiaramente all’ Emit- tero Reduvide Ploiaria domestica, questa questione sinonimica era stata discussa per lettera proprio dallo ScopoLi e dal Rossi. Quest'ultimo infatti riporta in nota nelle « Osservazioni insettologiche » . la frase seguente di una lettera dello SCOPOLI a lui indirizzata: « ...L’insetto del quale ricevei la figura a prima vista lo credei la mia Plojaria descritta nel Tomo delle mie Deliciae Insubricae, ma esaminandolo poi attentamente lo trovo diverso non solamente dalla Plojaria, ma eziandio da ogn’altro genere di Insetti finora conosciuto ». A tale frase dello SCOPOLI (al quale il Rossi aveva inviato per conferma una figura del suo Bacillus, prima di darne la descrizione) Rossi ag- giunge il seguente commento: « ...Non so poi come anco a prima vista il disegno da me mandato al sig. prof. SCOPOLI potesse fargli illusione a segno d’essere preso per la mia Plojaria... ». Come si vede la sinonimia fra la Plojaria di ScoroLı ed il Bacillus di Rossi era stata già esclusa dai due Au- tori medesimi prima ancora che quest’ultima specie venisse descritta.

(29) TUEMPEL R., 1922 - Die Geradfliigler Mitteleuropas. - II ed., Gotha, 325 pp. 94 figg. 23 tavv.

(30) SILVESTRI F., 1934 - Compendio di entomologia applicata. - Vol. I, parte I, Portici, Della Torre, 448 pp., 414 figg.

(31) CHoparp L., 1951 - Faune de France. 56. Orthopteroides. - Paris, Lechevalier, 359 PP., 531 figg.

(32) LATREILLE P. A., 1825 - Familles naturelles du Règne animal. - Paris, Bailliere, pp. 570. Cir, pi 412. O

(33) SaussuRE H. DE - 1869 - Essai d’un système des Mantides. - Mitt. Schw. Ent. Gesell.,

TIL, “pp: 40-73) Cir. 2: 56;

65 ALESSANDRO FOCARILE

SISTEMATICA, ECOLOGIA E GEONEMIA DEI PAEDERUS del Subgen. PAEDERIDUS ITALIANI

(Col. Staphylinidae)

Il Subgen. Paederidus Muls. et Rey è rappresentato in Europa da due sole specie: P. rubrothoracicus (Goeze), e P. ruficollis (F.). E noto come entram- be presentino delle difficoltà per la loro esatta distinzione, e ciò soprattutto per- chè gli Autori finora hanno utilizzato unicamente caratteri esoscheletrici e cro- matici. Come in molti altri casi, per classificare questi Staphylinidae si ricorre tuttora ad opere generali che risentono ormai della loro età, quali il GANGLBAUER (Käf. Mitteleur.), il REITTER (Fna Germ.), il Kunnrt (Ill. Tab. Käf. Deutsch.), il Porta (Fna Col. Ital.). |

Per tali ragioni e soprattutto in considerazione del fatto che P. rubrotho- racicus e P. ruficollis sono specie largamente diffuse e frequenti, era necessaria una più accurata indagine morfologica che portasse, se possibile, ad una corretta identificazione di ciascuna entità tassonomica. |

Nel presente studio è stato di particolare interesse il riscontrare che sono presenti dei caratteri eso- ed endoscheletrici di sufficiente costanza, particolar- mente nella conformazione dei denti delle mandibole, nella morfologia degli ultimi uriti addominali dei due sessi, e nelle sclerificazioni dell’endofallo. Merita infine notare che P. rubrothoracicus e P. ruficollis hanno in generale esigenze eco- logiche del tutto differenti (come vedremo), tali cioè da permettere già sul ter- reno una quasi sicura distinzione delle due specie. |

Grazie all'esame di un ricco materiale, credo di poter dare inoltre un qua- dro abbastanza completo ed aggiornato della geonemia delle due specie in Ita- lia. A questo proposito desidero porgere un vivo ringraziamento a quanti mi hanno facilitato il presente studio, e precisamente: al compianto Dr. Ferdi- nando Solari (Genova) che mi permise l’esame del materiale conservato nella coll. Dodero, al Dr. F. Capra (coll. Museo Civ. Storia Natur. Genova, e coll. Mancini), al Dr. E. Moltoni (coll. Museo Civ. Storia Natur. Milano), B. Bari (Como), G. Binaghi (Genova), P. C. Brivio (Monza), M. Cerruti (Roma), D. Danti (Milano), Dr. G. Mariani (Milano), L. Tamanini (Rovereto), Dr. R. Zanchi (Giulianova), Prof. P. Zangheri (Forlì).

GENERALITA’ SULLA MORFOLOGIA ADDOMINALE E SUGLI ORGANI GENITALI dd

L’addome si compone di 10 uriti, dei quali il morfologico (cioè vi- sibile) è caratterizzato da una stretta bordatura biancastra al margine posteriore del suo tergite (caratteristica comune a tutti gli Staphylinidae macrotteri).

Nei SS 1°8° urosternite (6° visibile) ha, quale carattere dimorfico sessuale (Fig. I, 3) una incavatura a lati quasi paralleli, più o meno approfondita, al mar- gine posteriore. Il urotergite è diviso in due emitergiti largamente divaricati, ciascuno prolungato in punta attenuata e fittamente setolosa.

Nelle 99 il urotergite (Fig. I, 4) è diviso in due da una linea mediana, ed è prolungato in due lunghi stili (sensu Jeannel e Paulian 1944, Silvestri 1945, Gridelli 1947, palpi vaginali sensu Auct.) fittamente setolosi. La parte laterale

66 A. FOCARILE

del urotergite si ripiega ventralmente, abbracciando il urosternite, che pre- senta pure una fitta setolosità su tutta la superficie, e la cui forma è pressocchè simile nelle due specie qui considerate (1).

In entrambi i sessi è presente il 10° urotergite, mentre manca il 10° uro- sternite.

L’insieme costituito dal urite e dal 10° urotergite risulta più o meno invaginato (nei due sessi) nell’8° urite, a seconda delle condizioni dell’insetto.

Il fallo a forma di scafo (Figg. II, 5 e III, 10), ha i lati paralleli e più o meno convergenti verso l’apice. I parafalli sono saldati sul dorso del mesofallo per quasi tutto il loro sviluppo, salvo una piccola parte della loro estremità distale che è libera e sporge dal mesofallo. Visto in posizione di riposo e ventralmente, il mesofallo ha i lati che si ripiegano all’insù a scafo. Questi lati sono saldati ad una membrana poco chitinizzata che si ispessisce verso l’estremità in un opercolo il quale copre il poro distale del mesofallo, come in molte specie del gen. La- throbium.

L’endofallo (Fig. I, 1 e 2) è costituito da un sacco membranoso le cui pareti presentano una lunga sclerificazione nastriforme diversamente foggiata nelle due specie, e che offre un sicuro carattere diagnostico distintivo. Detto sacco mem- branoso contiene inoltre un pezzo fortemente sclerificato che denomino per il momento pezzo x, ignorandone il significato morfologico.

SISTEMATICA

Paederus (Paederidus Muls. Rey 1877) rubrothoracicus (Goeze). (Entom. Beytr. 1777, I, p. 730; sinon.: ruficollis Er. nec F., sanguinicollis Steph.). P. sanguinicollis (Steph.), Ganglbauer (Käf. Mittel.) 1895, II, p. 536 » rubrothoracicus (Goeze), Ste Claire Deville (Col. Bass. Seiner 1907, p. 134. » sanguinicollis (Steph.), Reitter (Fna Germ.) 1909, II, p. 153. » rubrothoracicus (Goeze), Junk (Col. Catal.) 1910, p. 203. » sanguinicollis (Steph.), Porta (Fna Col. It.) 1926, II, p. 71. » rubrothoracicus (Goeze), Luigioni (Cat. Col. It.) 1929, p. 206.

Cranio rotondeggiante, tempie largamente arrotondate.

Mandibole con 1 due denti interni ugualmente sviluppati. (Fig. II, 9).

Labbro superiore con il margine anteriore irregolarmente cre- nellato, al centro con smarginatura largamente triangolare e quasi indistinta, con una spinula poco pronunziata (Fig. II, 6) (1).

Antenne con articoli proporzionalmente più allungati, bleu scuro metalliche, parte inferiore dei primi due articoli bruno rossastra, o bruno pece.

Elitre con punteggiatura peno fitta e più regolare, pubescenza comple- tamente nera su tutta la superficie superiore, giallastra o rossastra sulle epipleure, uniformemente coricata, omeri più ‘pronunziati.

Ali proporzionalmente più lunghe, con nervature più sclerificate, areole opacizzate (oltre allo pterostigma) più evidenziate.

(1) In P. rubrothoracicus e in P. ruficollis (come pure in altre specie di Paederus s. str. quali fuscipes, litoralis, limnophilus) il urosternite della £ è costituito da una placca integra, mentre in P. melanurus esso è diviso in due emisterniti da una linea mediana.

(1) Per apprezzare chiaramente questo carattere, è bene divaricare le mandibole, incli- nando l’insetto verso la sorgente luminosa. In esemplari vecchi si può osservare una crenellatura quasi obliterata, tuttavia è sempre evidente la mancanza di una spinula acuta e ben evidenziata.

PAEDERUS 67

urotergite (cioè il visibile) quasi quadrangolare, con estre- mità inferiore, più strettamente attenuata. urosternite all’estremità inferiore con smarginatura più pro-

fonda, ed a lati quasi paralleli (Fig. II, 7).

Wg 3 ft F< CE . : 3 Ve 2 cs © rte a N BER EN . Ft pré EN Hy) 1 1 Be ie { {i sl (ER Ts) ot RY) Le, $ nr

È if

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Fig. I - 1. endofallo di P.Fruficollis (Certosa di Pesio, Piemonte), x = pezzo x - 2. endofallo

di P. rubrothoracicus (Strevi f. Bormida, Piemonte), x = pezzo x - 3. ultimi uriti addominali del

d in visione ventrale, di P. rubrothoracicus (8° us. = urosternite, us. = urosternite,

ut. = urotergite, fa fallo) - 4. id. della 9, parzialmente estroflessi ad arte, stesse abbreviazioni della fig. 3 (st. ut. = *stili del urotergite).

Fallo più robusto più tozzo. Parafalli saldati al mesofallo su quasi tutta la loro lunghezza, eccettuata l’estremita distale di essi che è libera, più attenuata, con alcune setole simmetricamente disposte lungo il margine esterno (Fig. II, 5).

68 A. FOCARILE

Endofallo (Fig. I, 2) contenente una lunga sclerificazione nastriforme variamente ripiegata, che a metà circa del suo sviluppo si biforca in due parti. Pezzo x fortemente chitinizzato, opaco, la cui forma risulta dalla Fig. I, 2. (1).

Fig. II. - P. rubrothoracicus (Goeze) di Erve (Lomb.) 5. fallo in visione dorsale - 6. labbro su- periore del 3 - 7. urosternite del $ - 8. e 10° urotergite della $ in visione dorsale - 9. man- dibola destra

0 69 urosternite triangolare, a lati regolarmente convergenti verso l'estremità inferiore che è leggermente appuntita. urosternite allungato e lanceolato.

(1) Queste sclerificazioni sono contenute, allo stato di riposo, nell’endofallo, e ciò collima con l’esamé di tutte le altre specie di Paederus s. |. italiani. Fa solo eccezione il P. melanurus Ar., il quale ha dette sclerificazioni più fortemente chitinizzate e permanentemente estroflesse dal poro distale del mesofallo.

PAEDERUS 69

urotergite con le estremita degli stili e le setole distali gialla- sire (e. IE,

10° urotergite esile ed allungato, con l'estremità appuntita.

Cranio, elitre ed addome di un bel bleu scuro metallico (ra- ramente con riflessi violacei o nerastri). Pronoto rossastro.

Statura più robusta, più snella: mm. 8 - 10.

Fig. III. - P. ruficollis (F.) di Borgosesia (Piem.) 10. fallo in visione dorsale - 11. labbro superiore del 3 - 12. urosternite del 4 - 13 e 10° urotergite della 2 - 14. mandibola destra

Paederus (Paederidus Muls. Rey 1877) ruficollis (F. nec Er.) (Spec. Ins., 1781, I, p. 339; sinon.: gemellus Kraatz).

P. ruficollis + gemellus (Kr.), Ganglbauer, (1 c.) p. 537. » ruficollis (F.), Ste Claire Deville (1. c.) p. 134.

» ruficollis (F.) + gemellus (Kr.), Reitter (l. c.) p. 153. » ruficollis (F.), Junk (l. c.) p. 203.

» ruficollis (F.) + gemellus (Kr.), Porta (l. c.) p. 71. » ruficollis (F.), Luigioni (l. c.) p. 206.

Cranio piuttosto ovoidale, tempie leggermente convergenti verso il collo.

70 A. FOCARILE

Mandibole coni due denti interni in generale asimmetrici: il dente anteriore è più piccolo e meno sviluppato del dente posteriore (Fig. III, 14).

Labbro superiore con il margine anteriore irregolarmente cre- nellato, al centro con smarginatura largamente triangolare, e quasi regolare, con una spinula ben evidenziata e sporgente (Fig. III, 11) (Per quanto riguarda la crenellatura, cfr. nota sub P. rubrothoracicus).

Antenne con articoli proporzionalmente più corti, nerastre, parte inferiore (e talvolta superiore) dei primi due articoli bruno rossastra o bruno pece:

Elitre con punteggiatura più fitta ed irregolare, pubescenza bianco- giallastra (o rossastra) ai bordi (epipleure comprese), nera al centro, con alcune setole nerastre più lunghe e ben visibili di profilo, omeri più arrotondati.

Ali proporzionalmente più corte, con nervature meno sclerificate, tal- volta a decorso poco distinto, areole opacizzate (oltre allo pterostigma) indistinte.

urotergite piuttosto trapezoidale, con estremità inferiore più largamente attenuata.

urosternite all’estremità inferiore con smarginatura più sva- sata e meno approfondita (Fig. III, 12).

Fallo più corto, a lati più parallelii Parafallı saldati al mesofallo come in P. rubrothoracicus, estremità distale più tozza, con alcune setole simme- tricamente disposte lungo il margine esterno, ed una setola posta sull’estremità distale di ciascun parafallo.

Endofallo (Fig. I, 1) contenente una sclerificazione nastriforme più tozza. Pezzo x distintamente con squame, opaco e fortemente chitinizzato.

® urosternite a lati sinuosamente convergenti verso l’estremità inferiore che è largamente arrotondata.

urosternite più tozzo, meno assottigliato all’estremitä inf.

urotergite uniformemente nero, salvo alcune setole giallastre all'estremità degli stili (Fig. III, 13).

Cranio ed elitre di un bel bleu scuro metallico, addome nero metallico. Pronoto rossastro.

Statutra minore: tam, 65 - 32

ECOLOGIA

Da quanto mi è noto, Ste Claire Deville (1907) è stato il primo Autore a specificare molto dettagliatamente il comportamento ecologico delle due specie di Paederus qui studiate. Per il bacino della Senna, l'A. francese osserva (1. c.) che P. rubrothoracicus si ritrova ai bordi delle acque correnti, sui banchi di ghiaia, senza distinzione di terreni, mentre P. ruficollis si ritrova ai bordi dei fiumi, sorgenti, e stagni d’infiltrazione nelle dune marine, precisando inoltre « ... exclu- sivement sur le sable pur et le gravier siliceux fin... »

Come ho potuto osservare in molte occasioni, le due specie sono spesso presenti nella medesima località, però occupano due biotopi con caratteristiche completamente diverse, anche se talvolta questi biotopi non sono sempre netta- mente separati, e tendono a compenetrarsi vicendevolmente. In particolare presso le acque correnti ad alveo ghiaioso-ciottoloso, si determinano verso l’interno delle rive, delle zone di deposizione dei materiali più minuti (sabbia, limo, argilla)

PAEDERUS 7

trasportati dalla corrente in regime di piena. E da rilevare che tali zone possono essere già ricoperte da un rado arbusteto, specialmente a Salix sp., e strato er- baceo a Epilobium dodonei, Xanthium italicum, Tussilago farfara, etc., questo almeno nel bacino padano.

Su questo tipo di terreno si raccoglie in generale solo P. ruficollis, mentre sulle vicine rive, ed in tutta prossimità della corrente, è presente solo P. rubro- thoracicus. Quest'ultima specie è da considerarsi pertanto un vero elemento reo- filo, per il quale è di fondamentale importanza l’immediata vicinanza dell’ambien- te reico, senza troppo rigide limitazioni per quanto riguarda la natura granulo- metrica del terreno delle rive. P. rubrothoracicus si ritrova presso fiumi e torrenti, insieme con altri tipici elementi ripicoli-reofili, come si può rilevare qui di se- guito:

Ponte Ticino (f. "Ticino, Lombardia), rive a grossi ciottoli misti a ghiaia gros-

solana: Nebria picicornis Tachys sexstriatus Bembidion punctulatum Perileptus areolatus » decorum ticinense Stenus bipunctatus » modestum Tachyusa sp. » testaceum Paederus rubrothoracicus » Andreae Bualet

foce f. Agri (Lucania), rive sabbioso-argillose, con brevi settori ciottoloso-ghia- 10S1:

Nebria psammodes sbsp Omophron limbatum Bembidion dalmatinum sbsp. Stenus bipunctatus

» Andreae sbsp. Tachyusa sp.

» Genet sbsp. Paederus rubrothoracicus Tachys sexstriatus

Lungo i torrenti submontani alpini, P. rubrothoracicus fa parte di una tipica associazione ripicola caratterizzata da: Bembidion conforme, B. tibiale, B. tricolor, Platynus cyaneus, Deleaster dichrous.

Nel greto del f. Toce (Domodossola, Piemonte), presso bracci morti del fiume (cioè presso acque ferme), ho raccolto invece (su terreno argilloso-sabbio- so) P. ruficolhs insieme con: i

(Nebria picicornis) Stenus biguttatus Omophron limbatum Pelochares versicolor Bembidion azurescens

citando solo le specie che vivono nello strato basale, ad esclusione di quelle sca- vatrici (proprie dello strato sottobasale) quali: Dyschirius e Bledius spp. plur., Liodes pallens, Micilus murinus etc.

Ho notato queste differenti esigenze ecologiche delle due specie non solo nelle localita gia specificate, ma anche a Colico (Lago di Como), Monvalle (La- veno, Lago Maggiore), Fondotoce (f. Toce), Borgosesia (f. Sesia), f. Biferno (Molise), f. Basento (Lucania).

BaTOR e SCHMOELZER (1954) che hanno investigato dal punto di vista biosociologico le associazioni ripicole di artropodi alla foce del f. Toce nel Lago

72 A. FOCARILE

| Maggiore (Piemonte), citano tra l’altro anche P. ruficollis (1) quale componente di una tipica sinusia di riva sabbiosa, caratterizzata da:

Bembidion pygmaeum (Bembidion azurescens) » 4-maculatum articulatum » foraminosum Stenus bipunctatus ) striatum » biguttatus

etc.

Avendo raccolto il 4.10.1951 nella medesima località (2) posso dire che la determinazione del Paederus (citato da BATOR e SCHMOELZER) è molto proba- bilmente errata, dato che gli esemplari da me rinvenuti, insieme con quasi tutte le specie sopra citate, sono dei P. rubrothoracicus. Questa più esatta determina- zione avvalorerebbe il carattere spiccatamente reofilo dell’associazione in parola, come del resto era nell’intenzione dei due AA. austriaci.

È da rilevare infine che il differente comportamento ecologico di P. rufi- collis, rispetto a quello di P. rubrothoracicus, ha dei riflessi anche sulla morfologia delle elitre, che hanno gli omeri meno pronunziati, in conseguenza del minore sviluppo alare, pur avendo anche P. ruficollis ali potenzialmente funzionali.

GEONEMIA

La geonemia delle due specie qui studiate, pur essendo nota in grandi li- nee, andrebbe riveduta criticamente alla luce dei caratteri tassonomici illustrati nel presente lavoro, in particolar modo con l’esame dei caratteri offerti dall’en- dofallo. Nelle collezioni le due specie sono spesso confuse, e ciò potrebbe aver originato anche delle citazioni faunistiche inesatte.

Per quanto riguarda le popolazioni nord-africane, queste andrebbero ri- vedute, poichè non sono da escludere ulteriori suddivisioni dell’entità tasso- nomica finora accettata (P. ruficollis F.). Nelle collezioni entomologiche del Mu- seo di Storia Naturale di Milano, sono conservati alcuni esemplari di Paede- ridus del Marocco (leg. Koch), con cartellino manoscritto del KocH: « P. Antoinei n. sp. », specie sicuramente in litteris, e della quale purtroppo non mi è stato possibile esaminare i caratteri endoscheletrici.

P. (Paederidus) rubrothoracicus (Goeze)

| Europa centro-meridionale (assente nelle Isole Britanniche, Corsica e Sardegna, sec. STE CLAIRE DEVILLE 1907), Caucaso (GANGLBAUER), Asia Minore (JUNK), Abissinia (STE CLAIRE DEVILLE I. c.) (3), Albania!, Portogallo!, Iran! STE CLAIRE DEVILLE lo cita anche dell'Algeria e della Tunisia. Ignoro l’origine di questa citazione, dato che FAUVEL (1886) e BEDEL (1890) non comprendono P. rubrothoracicus nei loro cataloghi. la specie è citata da ESCALERA per il Marocco Spagnolo, da ZAVATTARI e da Koch per la Libia, da Koch per l'Egitto.

(1) 1. c. «Ein angesprochenes Ufertier, das sein Vorkommen über das gesamte Arbeitsge- biet andehnt, ist Paederus ruficollis F. ».

(2) Il lavoro di BATOR e SCHMOELZER è corredato da uno schizzo topografico che riporta tutte le stazioni investigate lungo il f. Toce.

(3) È probabile che questa citazione si riferisca al P. Fauveli Qued.

PAEDERUS

Località italiane controllate (1):

Venezi

Veneto:

Valli di Pasubio (coll. Br.).

73

a Giulia: Pieris (f. Isonzo), Versa, Villa Decani (F. Risano) (coll. M.M.). Maserada (f. Piave, coll. Foc.), Raccolana (coll. M.M.), Recoaro (coll. Dod.),

Fig. IV. - Distribuzione in Italia del P. rubrothoracicus (Goeze). Sono punteggiate le aree oltre

Trentino - Alto Adige: d’Adige (coll. Tam.), Bressanone (coll. Peez), Mules (coll. Bari). dia: Cogno (coll. Dod.), Sondrio (coll. Cerr.), Schilpario (coll. Bin.) Piazza Brembana, Camerata Cornello (coll. Bari), Colico (coll. Foc.), Cremeno (coll. Bin.), Introbio

Lom bar

(ay <MLG, M.M. Bari Bin. Bé, Cerr.

Dan.

Museo St. Nat. Genova Museo St. Nat. Milano B. Bari (Como)

G. Binaghi (Genova)

P. C. Brivio (Monza) M. Cerruti (Roma)

D. Danti (Milano)

1 500 m.

Avio (coll.

Dod. Foc. Manc. Mar. Peez Tam. Zan. Zang.

A.

Bin.), Caldonazzo (coll.

Dodero (Genova).

coll. dell’A.

€.

Mancini (Genova).

. Mariani (Milano). . von Peez (Bressanone).

G A ia R E.

Tamanini (Rovereto).

. Zanchi (Giulianova).

Zangheri (Forlì).

MG.),

Lana

74 A. FOCARILE

(coll. Bari), Varenna (coll. Bin.) Val Galavesa (Mte Resegone, coll. Dan. e Foc.), Pontelambro (coll. Bari), Luino (coll. Susini), Paderno d’Adda, Sarago, Carvico (coll. Bin.), Somma Lombardo (coll. Zan.) Ponte Ticino (coll. Foc.), Abbiategrasso (coll. Bin.), Segrate (coll. Foc.), Bisnate (coll. Zan.), Paullo, Lodi (coll. Dan.), confluenza Po-Oglio (coll. Mar.).

Piemonte: Intra (coll. M. G.), Pallanza (coll. M. M.), Fondotoce (coll. Foc.), Re (coll. Dan.), Borgosesia, Rosazza (coll. Foc.), Sant. Oropa (coll. Dod.), Chivasso (coll. Foc.), Venaria Reale, Torino dint., Moncalieri (coll. M. G.), Praly Germanasca (coll. Bin.), Vinadio (coll. Manc.), Val Pesio (coll. M. G.), Ormea (coll. Manc.), Acqui (coll. Bin.), Strevi (coll. Foc.), Gavi, Ovada, Stazzano (coll. M. G.), Arquata Scrivia, Varinella Scrivia (coll. Manc.), Cassano Spinola (coll. Bin.), Tortona (coll. Dan.), Gremiasco Val Curone (coll. Foc.).

Emilia - Romagna: Casinalbo (coll. Foc.), Spilamberto (coll. Manc.), Parma (coll. Cerr.), Collagna (coll. M. G.), Felegara (coll. Dan.), Fornovo (coll. Dod.), Lugagnano d’Arda (coll. Mar.), Ponte Organasco, Cerignale Val Trebbia (coll. Dod.), Isola (S. Sofia), S

Savino (coll. Zang.). Liguria: Ameglia (coll. Manc.), Mte Misurasca (coll. Dod.), Mte Antola, Casella

(coll. Manc.), Genova dint. (coll. M.G.), Isoverde (coll. Dod.), Viganego (coll. Dod.) Sarissola, Busalla (coll. M.G.), Voltri (coll. M. G.), Cairo Montenotte (coll. Cerr.), Badalucco i; Bin.).

Toscana: Arni, Stazzema, Petrosciana, Marina di Massa (coll. Manc.), S. Marcello Pist., Firenze, Camaldoli (Casentino, coll. M. GY Arezzo (coll. Manc.).

Umbria: Lippiano (alluv. Tevere), Perugia (coll. Manc.).

Marche: Loreto (coll. Cerr.), Genga (coll. Dod. e M.M.), Macerata, Montemonaco

(coll Bin.) Abruzzo - Molise: Giulianova (coll. Zan.) Pennapiedimonte (coll. Foc.), Cara- manico (coll. Bin.), Guglionesi (f. Biferno, coll. Foc. e Mar.). | Lazio: Roma-Acilia, Riofreddo, Mandela (coll. Cerr.). Lucania: f. Agri e f. Basento (ponti della Strada Stat. Ionica), coll. Foc. e Mar. Calabria: Sambiase (coll. Manc.), Fiumarella (Catanzaro) (coll. Bin.), Camigliatello (coll. Dod.).

Inoltre mi sono note le seguenti località extra-italiane: Francia (Digne, coll. Tam.) - Por- togallo (Evora, coll. M. G. e M. M.) - Albania (Scutari, Ura Zezes, coll. M. M., Petrela, coll. Tam.) - Iran (Teheran, coll. M. G.).

Come risulta dalle località controllate e dall’unita cartina, P. rubrothora- cicus mi è sicuramente noto di quasi tutta Italia, ad eccezione della Sardegna (dove manca), della Puglia, della Campania e della Sicilia. Queste lacune sono senza dubbio da attribuire a difetto di ricerche. Per la Puglia è da rilevare tut- tavia la mancanza di una idrografia superficiale, e forse si potrà ritrovare questa specie lungo i fiumi appenninici che sboccano del Tavoliere (Ofanto, Candelaro, Carapelle). Per la Sicilia, Ragusa (Cat. Col. Sic. p. 197) lo cita come la specie più comune «...in primavera presso tutti i torrenti e fiumi dell’isola ».

Il quadro distributivo qui accennato, ci permette di rilevare in Italia la presenza di questa specie dal livello del mare (Pieris, Ventimiglia), sino ai torrenti submontani (Camaldoli 1000 m., Sant. Oropa 1180 m., Camigliatello 1250 m., Praly Germanasca 1372 m.). Di particolare interesse la mancanza nella par- te più bassa (cioè delle alluvioni sottili) della pianura padana (1). P. rubrotho- racicus difatti non è mai stato rinvenuto nelle numerose stazioni finora investi- gate lungo il corso del f. Po (tra Chivasso ad Ovest e Borgoforte ad Est), e credo pertanto che esso manchi effettivamente nella fauna ripicola di questo fiume. Lungo il corso inferiore dei fiumi lombardi meglio esplorati finora (Ticino e Adda), questa specie non è più rinvenibile al disotto della isoipsa dei 75 m. cir- ca, che segna pressapoco (su questi fiumi) il limite tra rive ghiaioso-ciottolose e rive argillo-sabbiose. Noto per inciso che al disotto di tale isoipsa è assente Nebria picicornis, altro caratteristico elemento delle rive ad alluvioni grossolane.

(1) È da ritenersi accidentale il ritrovamento di un unico es. alla confl. Po-Oglio, probabil- mente fluitato in periodo di piena.

PAEDERUS 75

| P. (Paederidus) ruficolhs (F.).

Europa centro-meridionale (a Nord sino alla Svezia merid. ed alla Dani- marca, teste Cat. Col. Daniae et Fennosc. 1939), assente nelle Isole Britanniche e nelle grandi isole del Mediterraneo (STE CLAIRE DEVILLE 1907) (1), Spagna!,

Fig. V. - Distribuzione in Italia del P. ruficollis (F.). Sono punteggiate le aree oltre i 500 m.

Marocco Spagnolo (EscALERA 1914), Marocco Francese!, Algeria (FAUVEL 1886), Tunisia!, Caucaso!, Asia Minore, Persia, Turkestan, Abissinia (BEDEL 1890), Asia Centrale (STE CLAIRE DEVILLE 1907). Località italiane controllate (abbreviazioni come per P. rubrothoracicus) : Venezia Giulia: Rodik (f. Risano), Branizza (f. Vippacco, coll. M. M.), Pieris, Isola Morosini (coll. Manc.).

Veneto: Maserada (f. Piave, coll. Foc.), foce f. Piave, Caorle, Padova (coll. M. M.), Piazzola s. Brenta (coll. M. G.), Chiuppano f. Astico (coll. Bin.), Valli di Pasubio (coll. Br.),

(1) STE CLAIRE DEVILLE voleva riferirsi probabilmente alla Corsica, Sardegna e Sicilia. A me però sono noti esemplari di Palermo.

76 A. FOCARILE

Chiuppano f. Astico (coll. Bin.), Valli di Pasubio (coll. Br.), Recoaro (coll. Dod.), Recoaro (coll. Dod.).

Trentino - Alto Adige: Rovereto: (coll. Fam), ‘Trento (coll M G.), Lo- drone (coll. Manc.), Gleno (coll. Cerr.), Bressanone, Albés (coll. Peez), Brunico (coll. Bin.), Vipiteno (coll. Peez).

Lombardia: Barghe Val Sabbia (coll. Cerr.), Chiareggio (coll. Bin.), Colico (coll. Foc.), Como (coll. Bari), Pusiano (coll. Bin.), Lago Pusiano, Lambrone (col Bari), Lume lt Margorabbia, coll. Susini), Monvalle (Laveno, coll. Foc.), Taino (coll. Br.), Cassano d’Adda (coll. Bari), Lodi (coll. Dan.).

Piemonte: Intra (coll. M. G.), Pallanza (coll. M. M.), Mergozzo (coll. Manc.) Do- modossola (coll. Foc.), Valle Antigorio m. 1700 (coll. M. M.), Borgosesia (coll. Foc.), Buronzo, F. Cervo (coll. M. G.), Sant. Oropa (coll. Dod.), Borgofranco d’Invrea (coll. Dod.), Vercelli, Venaria Reale, Torino dint., Mirafiori, Moncalieri, Castiglione Torinese, Beinasco (coll. M.G.), Perrero Val Chisone (coll. Foc.), Crissolo (coll. Manc.), Val Pesio, Casale Monf. (coll. M. G.), Gavi (coll. Manc.), Acqui (coll. Dod.).

Emilia - Romagna: Isola (S. Sofia), S. Savino (coll. Zang.).

Liguria: Sassello (coll. M. G.), Millesimo (f. Bormida, coll. Mar.).

Toscana: Arni (coll. Manc.), Ponte Stazzemese (coll. M.M.), Montepiano (coll. Cerr.). i

Lazio: Roma-Acilia, Riofreddo, Vicovaro, Mandela (coll. Cerr.). '

Puglia::5. Severo: (coll. «M. 6).

Calabria: Camigliatello (coll. Dod.), Mte Oliveto (Sila, coll. M. Gr).

Sicilia: Palermo (coll. Dod.).

Inoltre mi sono note le seguenti località extra-italiane: Polonia (Pokucie. Varsavia, coll. Manc.) - Cecoslovacchia (Karpathorussland, coll. M.M.) - Spa- gna (Jerez del Marquesado Sierra Nevada, coll. Dod., El Pardo Madrid, coll, M.M.) - Marocco (Medra ben Abou, coll. M. M.) - Tunisia (Tunisi, Medjer- dah, coll. M. G.) - Caucaso (leg. Doria, coll. M. G.) (1). |

Come si vede, P. ruficollis pur essendo molto diffuso, è tuttavia meno co- mune e più sporadico di P. rubrothoracicus. Non mi sono note località dell’Emi- lia in senso stretto dell Umbria, delle Marche, dell’ Abruzzo, della Campania e della Lucania, ma più accurate ricerche colmeranno anche queste lacune.

Come la precedente specie, P. ruficollis ha una discreta distribuzione ver- ticale. Si passa difatti da località litoranee (Caorle, foce f. Piave, Pieris) sino ai 1600 m. di Chiareggio, e ai 1700 m. della Valle Antigorio. Anche P. ruficollis manca nella parte bassa della pianura padana (unica località nota è Cremona, ma in questo caso vale quanto già detto per l’unico es. di P. rubrothoracicus della confluenza Po-Oglio).

BIBLIOGRAFIA

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(5) - FAUVEL A. 1886 - « Les Staphylinides du Nord de l’Afrique » Rev. d’Entomologie, vol. V, Caen, pp. 9-100. i

(1) Ho esaminato il fallo e l’endofallo dell’unico es. g raccolto nel Caucaso dal March. G. Doria, ed ho notato una certa differenza nell’estremità dei parafalli che risultano conformati quasi come quelli di P. rubrothoracicus. Occorrerebbero altri esemplari per uno studio più approfondito.

PAEDERUS aT

(6) - GANGLBAUER L. 1895 - « Die Kafer von Mitteleuropa » Bd. II, Wien.

(7) - GortanI M. 1905-06 - « Saggio sulla distribuzione geografica dei Coleotteri in Friuli», «In Alto », Cronaca Soc. Alp. Friul. Udine, vol. XVI-XVII.

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(10) - JUNK (Coleopterorum Catalogus) - « Staphylinidae a cura di M. Bernhauer, K. Schu- bert, vol. V, 1910. id. id. Staphylinidae II, Addenda et Corrigenda, a cura di M. Bernhauer, K. Schubert,

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(11) - LuicionI P. 1929 - «I Coleotteri d’Italia » - Mem. Pontif. Accad. Sc. (II), 13, Roma. (12) - Porta A. 1926 - « Fauna Coleopterorum Italica », vol. II, Staphylinoidea, Piacenza. (13) - REITTER E. 1909 - « Fauna Germanica », vol. II.

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(15) - SAINTE-CLAIRE DEVILLE J. 1907 - «Faune des Coléoptéres du Bassin de la Seine», vol. II.

(16) - SAINTE-CLAIRE DEVILLE J. 1935 - « Catalogue raisonné des Coléoptères de France », Abeille vol. XXXVI, pp. 1-160 (Ire livraison), Paris.

(17) - WEST A. 1947 - « Tillaeg I til Fortegnelse over Danmark Biller » Entom. Meddel. (Co- penhagen), Bd. XXV.

(18) - ZAVATTARI E. 1934 - « Prodromo della Fauna della Libia », Pavia.

78

G. BINAGHI

ESTENSIONE DELL’AREA DI DISTRIBUZIONE IN ITALIA

DIE AkCUNE*SPECIE< DY DIFISCIDI (Col. Dytiscidae)

Orecdytes rivalis Gyllh. (1827)

Tra il materiale coleotterologico raccolto dal compianto Sig. Agostino Dodero nella Sila Grande, negli immediati dintorni di Camigliatello, a circa 1300 m.s.m., durante il mese di Luglio 1933, figurano alcuni esemplari del predetto Ditiscide. Trattasi, come è noto, di una specie diffusa sia nei territori dell’Europa centro-settentrionale ed orientale, sia in regioni extra europee quali la Siberia asiatica, la Mongolia ed il Giappone. Per l’Italia le notizie riferentisi alla coro- logia di questa entità erano limitate ad alcune stazioni ubicate prevalentemente nell’arco alpino. La presenza pertanto di questo Oreodytes in regioni così meridio- nali rispetto all'area della sua riconosciuta diffusione, riveste, dal punto di vista geonemico, un particolare interesse che viene compendiato dal fatto che gli individui delle regioni montane della Calabria presentano, comparativamente alle popolazioni delle regioni alpine, i seguenti caratteri differenziali, che, seb- bene rientrino nel.campo di variabilità della specie, conferiscono alla popolazione della Sila Grande un aspetto particolare:

Tegumenti del capo, pronoto ed elitre di colore bruno variamente infumato. Superficie del pronoto e delle elitre egualmente opaca nei due sessi con mi- croreticolazione sensibilmente più impressa rispetto a quella presente negli in- dividui alpini. Pronoto nella regione discale con punteggiatura più fitta e grosso- lana. Elitre con fasce nere longitudinali non nettamente delineate, ma confuse col colore di fondo della superficie elitrale. Edeago (fig. I, la, 1b, Ic, e 1d) con le stesse caratteristiche morfologiche e peculiarità della forma tipica con pene, visto di fronte, ristretto in punta al terzo apicale, di lato regolarmente arcuato; parameri troncati apicalmente e qui dotati di una ristretta area membranosa, incurvati leggermente verso il lato dorsale, provvisti marginalmente di un gruppo di brevi setole.

Dallo spoglio della letteratura e dai controlli svolti sul materiale esaminato è possibile tracciare per l’Italia il seguente prospetto di distribuzione:

Venezia Giulia: ab. Sammarki Sahlb. Aidussina nella valle del Vipacco e oltre confine in Bochinia nel muschio bagnato presso la sorgente della Sava (teste Müller), Laghi di Fusine m. 990, 1 es. VII 1956 legit Binaghi. Venezia Tridentina: for. typ. e ab. Sammarki, Vallarsa, torrente Leno, 7-V-1938 leg. Casiccia e 'Tamanini. Piemonte: ab. Sammarki, Ronco Canavese 20-IX-1922 legit Dodero; Val Pesio 21-VII-1922 legit Baliani; Viozene, Vallone di Carnino, m. 1200 15-XI-1953 legit Franciscolo; Terme di Valdieri, torrente Gesso, Vallasco m. 1300, 17-VIII-1952 leg. Fran- ciscolo e Sanfilippo; Tenda 24-VI-1903 legit Dodero. Liguria: ab. Sammarki, Ventimiglia 20-IV- 1897 legit Dodero.

Guignot nella sua magistrale opera sugli Idrocantari di Francia (Parigi 1931-1933) per questo elemento la seguente distribuzione geografica: Siberia, Giappone, Europa settentrionale, centrale e parte della meridionale: Russia, Scandinavia, Germania, Austria, Isole Britanniche, Olanda, Belgio, Svizzera, Francia, Spagna, Italia del nord e Bosnia. In Francia qua e nelle colline del nord e del nord-ovest e nei massicci montani: Vosgi, Alpi, massiccio centrale e Pirenei ove si spinge sino oltre i 2000 m.s.m. La forma tipica si trova più o meno frammista alla ab. Sam-

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marki, ma nella Francia del nord-ovest ed in Inghilterra la forma tipica assume carattere domi- nante, così come, per contro, ha la preponderanza l’ab. Sammarki nella catena alpina.

L’ab. alienus Sharp si rinviene in Spagna nella Sierra di Guadarrama e nei Pirenei francesi: alti Pirenei a Argelès, Pirenei orientali a Vernet-les-Bains. La specie vive prevalentemente nelle acque fresche dei ruscelli con fon- do ghiaioso, nei laghi a regime reocreno e nei torrenti. Per quanto mi consti essa predilige le acque correnti su terreno calcareo.

Fio: TI

Oreodytes rivalis Gyllh. Sila, Camigliatello: 1a paramero destro, 15 porzione apicale dello stesso vista a maggiore ingrandimento, Ic pene visto di lato, 1d lo stesso visto dal dorso. Oreo- dytes septentrionalis Gyllh. Torino, Bertoulla: 2a paramero destro, 2b porzione apicale dello stesso vista a maggiore ingrandimento, 2c pene visto di lato, 2d lo stesso visto dal dorso. Oreodytes bo- realis Gyllh. Alto Adige, Riva di Tures: 3a paramero destro, 3b porzione apicale dello stesso vista a maggiore ingrandimento, 3c pene visto di lato, 3d lo stesso visto dal dorso.

Allo scopo di facilitare il riconoscimento di questa specie, ritengo utile rappresentare anche i caratteri dell’edeago delle specie congeneri pertinenti alla fauna italiana, dato che, per quanto mi risulta, detti caratteri differenziali, di facile ed immediato risalto, non sono stati raffigurati nelle opere italiane trattanti la tassonomia di questo gruppo.

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Oreodytes septentrionalis Gyllh. (1827)

Nell’apparato genitale maschile le più sensibili differenze che consentono di distinguere questa specie dall’Or. rivalis, risiedono nei parameri, 1 quali pre- sentano la forma particolare rappresentata nella fig. I, 2a. Nella porzione di- stale di questo pezzo, visto a forte ingrandimento, fig. I, 2b si nota un’ampia zona membranosa espansa verso il lato ventrale dell’edeago, dotata al lato interno di un’area tricogena con produzioni assai brevi allineate come nella figura. Il pene visto di lato, fig. I, 2c, presenta un maggiore sviluppo del bulbo basale e apical- mente risulta più affilato; visto dal dorso, fig. I, 2d, 1 lati convergono rettilinear- mente dalla base all’apice senza dar luogo ad una strozzatura nel tratto compreso entro il primo terzo basale, come per contro si osserva presso Or. rivalis. Ho esaminato esemplari provenienti dalle seguenti località italiane: Venezia Giulia: nel medio e basso Isonzo, sia nel fiume, sia nelle pozze alimentate da acqua fluviale, poco frequente IV-X; Volzano, Salcano e Gorizia, Sagrado e Pieris (teste Muller). Lom- bardia: Ponte San Pietro (Bergamo) fiume Brembo 24-IV-1954 legit Sanfilippo. Piemonte: Ber-

toulla (Torino); Cuneo, Madonna dell’Olmo, V-1943 legit Binaghi; Volpedo, Val Curone legit Della Beffa. |

Il Luigioni cita nel suo Catalogo dei Coleotteri d’Italia la var. Devillei Régim. per le sole Alpi Marittime. Nella Collezione Dodero trovo conservato un esemplare maschio, certamente riferibile a questa interessante varietà, raccolto in Liguria a Rezzoaglio d’Aveto IX-1918.

L’Or. septentrionalis presenta una diffusione molto vasta che può essere così riassunta: Si- beria, Europa settentrionale e centrale sino in Inghilterra, al sud la specie si spinge sino alla Spagna e al versante italiano della cerchia alpina. In Francia è distribuito nel Giura, Ain, Isère, Basse Alpi, Alpi Marittime, bassi Pirenei, alti Pirenei, Pirenei orientali, Lozère.

Oreodytes borealis Gyllh. (1827)

Ai vari caratteri esoscheletrici utili al riconoscimento della specie e gia messi in risalto dai vari AA., si addizionano quelli assolutamente peculiari in- sediati nell’edeago. Questo organo si presenta di lunghezza poco piu che doppia di quella riscontrata nelle due precedenti specie; le piu sensibili differenze sono presenti nei parameri a base larga e dotati apicalmente di una membrana avente la forma rappresentata nella fig. I, 3a e 3b e di una produzione unciniforme, di- sposta al lato interno, nonchè di una area tricogena notevolmente estesa. Il pene, fortemente incurvato se visto di profilo, si differenzia essenzialmente per essere percorso al lato dorsale da un canalicolo simile a quello presente p. es. negli Agabus, assente per contro nelle due specie trattate in precedenza e nello Scaro- dytes halensis, col quale l’Or. borealis presenta una certa affinità. Il bulbo basale è notevolmente sviluppato e provvisto di larghe espansioni in corrispondenza del punto di inserzione dei parameri (fig. I, 3c e 3d).

Luigioni, nel suo Catologo, attribuisce alla specie la seguente distribuzione: Alpi marittime, Alpi Liguri, Piemonte, ‘Veneto, Venezia Tridentina e Venezia Giulia, per quest’ultima regione Miiller precisa: nell’Isonzo dalla sorgente sino a Gorizia, comune; Plezzo, Valzano e Tolmino. Oltre confine a Moistrana nella valle della Sava. Carnia: acque lente lungo il Tagliamento presso Forni di Sopra. La var. montanus Zimm. (tipo Alpi di Zillertal) è fondata su esemplari melanici nei quali le linee nere delle elitre confluiscono in modo che il dorso appare piuttosto nero che giallo. Zimmermann segnala questa varietà anche di Plezzo e Moistrana. Gli esemplari del medio Isonzo hanno invece per lo più il colorito chiaro della f. typ., soltanto alcuni esemplari si avvicinano alla v. montanus.

Personalmente ho esaminato numerosi esemplari delle seguenti provenienze: Venezia Giu-. lia: Kamno (Alto Isonzo) IX-1915 legit Andreini. Alto Adige: Riva di Tures 1600 m.s.m. 7-IX- 1934 legit Binaghi. Veneto: Montello 19-VII-1914 legit Menozzi. Piemonte: Val d’Aosta Fiery d’Ayas, Pian di Verra, VII. 1910 legit Dodero; Ronco Canavese 19-IX-1922 legit Dodero; Ivrea,

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fiume Dora 24-IV-1955 legit Sanfilippo; Crissolo VI-1922 leg. Mancini; Cuneo, Valle del Gesso legit Naldi; Terme di Valdieri, Pian di Valasco 1700 m.s.m. 17-VIII-1952 legit Franciscolo; La- ghi Lunghi (Alpi marittime) 6-VII-1928 legit Boldetti; Tenda 1892 legit Dodero e Ponte di Nava VIII-1924 legit Boldetti. |

La sua geonemia può essere così sintetizzata: in tutte le regioni montane dell’Europa set- tentrionale e centrale, delle isole Britanniche, della Francia e dell’Italia del nord (arco alpino), dell’Erzegovina e della Grecia, è stato pure segnalato per la Transcaucasia. In Francia è abbastanza comune nel Massiccio centrale, nelle Alpi e nei Pirenei. La var. montanus Zimm., si trova raramente frammista al tipo qui e la.

Vive nelle regioni aventi caratteristiche alpine o subalpine, nei laghi ad acque fredde, sotto le pietre immerse alle rive dei torrenti e soprattutto nelle loro anse. Alcune volte si rinviene nelle contrade di pianura fluitato dalle piene.

Graptodytes veterator Zimm.

In occasione di una visita compiuta alla fine del mese di Settembre 1956 all'amico dr. Giorgio Fiori a Casinalbo in provincia di Modena, allo scopo di catturare alcune interessanti specie di Ditiscidi di cui egli aveva accertata la pre- senza nella regione nel corso di cacce compiute negli anni addietro, ci siamo recati al torrente Riazzone nel tratto che corre nel comune di Scandiano. In alcune pozze di limitata ampiezza, distribuite qua e lungo il greto, consociati alla Yola bicarinata Latr., al Bidessus delicatulus Schaum., al Guignotus pusillus F., al Po- tamonectes luctuosus Aubé, allo Scarodytes halensis F. ed al Graptodytes varius Aubé, abbiamo rinvenuto una decina di esemplari di Graptodytes veterator Zimm. - Trattasi di una specie comune nella penisola balcanica, rara in Italia, ove le stazioni di insediamento rappresentano il limite marginale occidentale della sua area di diffusione.

Essa presenta una certa affinità con il Grap. flavipes Oliv. specie con la quale ha in comune la presenza sulle elitre di 4 fasce nere longitudinali disposte però secondo un differente schema di disegno. In Grap. veterator, fig. III, 1, la stretta fascia submarginale ha un maggiore sviluppo longitudinale e si estende anche nella metà basale e le tre fasce longitudinali mediane, dietro la metà, non si uniscono per mezzo di macchie nere trasverse. Statura di mm. 2,6, lievemente superiore a quella del Grap. flavipes con corpo di forma più lungamente ovalare. I caratteri di importanza peculiare risiedono nell’edeago, organo che presenta una struttura particolare: parameri, fig. II, la e 1b a base larga a margine ventrale ciliato, porzione distale del paramero, fig. II, 1b ripiegata a ricciolo e rivolta verso il lato dorsale con setole e sensilli disposti come da figura, pene visto di lato, fig. II, 1c, fortemente incurvato con bulbo basale assai sviluppato, visto dal dorso, fig. II, 1d, a larga lamina, asimmetrico con una espansione prominente nella re- gione apicale verso il lato destro.

Luigioni nel suo Catalogo attribuisce alla specie la seguente distribuzione:

Istria merid., Lib., Is. Veglia, Liguria e Toscana. Per quanto si riferisce alla Venezia Giulia abbiamo dal Miiller le seguenti precisazioni: frequente in Dalmazia nelle acque melmose stagnanti. Da noi soltanto nell’Istria meridionale e nella regione del Carnaro: Val di Leme presso Rovigno VI-1919, Fianona, Isola di Veglia (località indicata anche nella descrizione originale dello Zim- mermann, Ent. Mitt., p. 67, 1918). Della Liguria possono essere attribuite dubitativamente due femmine conservate nella Collezione Dodero raccolte a Nizza (Vaugran) il 14 Febbraio 1901, le quali presentano fasce nere elitrali con disposizione in tutto corrispondente a quelle del vete- rator. Di tale cattura però non si sono avute ulteriori conferme, sicura attribuzione mediante il controllo dei caratteri dell’edeago, tanto che la specie non figura citata per la Francia dal Guignot nelle sue opere sui Ditiscidi, dal S.C. Deville nel suo Catalogo. La citazione riferentesi alla Toscana trova conferma avendo esaminato un maschio etichettato: Bibbiena (Arezzo) X-1891

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legit Andreini, il quale va indubbiamente riferito alla specie in oggetto. Alle suddette indicazioni geonemiche devono essere aggiunte due stazioni dell’Emilia: Torrente Riazzone, Scandiano leg. Binaghi e G. Fiori 30-IX-1956 e Scardavilla presso Forlì 10-X-1926 legit Zangheri e una del- Umbria: Perugia VIII-1941 legit Mancini (Coll. Mus. Cic. St. Nat. Genova) esemplari che erano confusi in collezione con il flavipes Oliv. | Zimmermann nelle Best. Tab. (III Hydroporinae), Praga 1932, p. 10, attribuisce alla specie la seguente distribuzione: Dalmazia, Istria, Corfù, Grecia, Isole dello Jonio, Asia Minore (1).

La specie vive in pozze ad acqua stagnante prevalentemente a fondo mel- mMoso. |

Cra e E

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Fig; Il

Graptodytes veterator Zimm. Emilia, torrente Riazzone, Scandiano: 1a paramento destro, 1b porzione apicale dello stesso vista a maggiore ingrandimento, Ic pene visto di lato, 1d lo stesso visto dal dorso. Graptodytes flavipes Oliv. Sardegna, Fonni: 2a paramero destro, 2b porzione api- cale dello stesso vista a maggiore ingrandimento, 2c pene visto di lato, 2d lo stesso visto dal dorso.

(1) Alcuni AA. considerano questa specie come un elemento vicariante del flavipes Oliv. nella penisola Balcanica. A mio avviso non ritengo che tale interpretazione sia sostenibile dal pun- to di vista filetico, in quanto i caratteri che lo avvicinano al flavipes, costituiti da una simile distri- buzione delle macchie elitrali, sono solo degli elementi di convergenza. L’apparatò genitale ma- schile rileva, per contro, differenze sostanzialmente peculiari che, distaccandolo nettamente, non consentono una simile interpretazione. Tale asserzione viene anche avvalorata dal fatto che in alcune regioni d’Italia, come p. es. in Toscana, le due specie si rinvengono negli stessi territori abitualmente in differenti condizioni ambientali, senza dare luogo a convivenza.

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Graptodytes flavipes Oliv.

Fasce nere longitudinali delle elitre disposte secondo lo schema partico- lare rappresentato nella fig. III, 2a. Nella forma più ricorrente a disegno elitrale completo, la stretta fascia submarginale è di consueto medialmente interrotta: la porzione anteriore è ridotta ad un breve tratto mentre la posteriore ha inizio circa alla metà dell’elitra e confluisce apicalmente con la fascia suturale. Le tre fasce nere mediane sono congiunte dietro la meta dell’elitra da una macchia tra- sversa più o meno estesa, macchia che tende a permanere anche negli esemplari a fasce ridotte, fig. III, 2b. La forma del corpo descrive un ovale un poco più

Fig. III

Schema del disegno elitrale di: 1 Graptodytes veterator Zimm. Emilia, torrente Riazzone, Scandiano. 2a Graptodytes flavipes Oliv. Sardegna, Fonni, 2b idem Sicilia, Castelbuono, varietà a macchie nere elitrali ridotte.

largo che in veterator, dal quale differisce anche per la punteggiatura sensibil- mente meno robusta e meno grossolana delle anche delle zampe posteriori e per la statura un poco minore (mm. 2,4 - 2,5).

Edeago di foggia particolare con parameri fig. II, 2a, a base stretta, a forma di triangolo acuto, dotati al margine ventrale e nel tratto distale di una serie di sottilissime cilia, con apice lievemente incurvato verso il lato dorsale, tale area, vista ad un maggiore ingrandimento, presenta la forma e disposizione delle setole come rappresentato nella fig. II, 2b. Pene, visto di profilo, fig. II, 2c, lungamente affilato ed incurvato, con bulbo di limitato sviluppo, visto dal dorso di forma simmetrica, stretto e lungo, regolarmente attenuato verso l’apice ove termina in punta, fg I; 24,

Secondo Luigioni la specie presenta in Italia la seguente diffusione: Lig., Piem., Lomb., Emil., It. centr. e merid., Cors., Sard., Sic. Personalmente ho esaminato materiale delle seguenti provenienze: Piemonte, coll. Fea (senza precisa indicazione), Acqui 6-VII-1940 legit Franciscolo; Liguria: legit Ghiliani (senza precisa indicazione), Santa Giustina (Albissola) legit Perando, La Spezia, Pian di Barca 9-III-1952 legit Sanfilippo; Toscana: Viareg- gio legit Della Beffa; Poggio Cavallo (Grosseto) VIII-1898 legit Andreini; Isola Capraia, Sta- gnone V-1927 legerunt Mancini e XI-1927 Andreini; Lazio: Acilia (Roma) XII-1932 legit Ca- stellani e 3-VII-1940 legit De Maggi; Sicilia: Ficuzza V-1912 legit Dodero, Castelbuono legit Dodero, Palermo (teste Ragusa), Catania (idem), Alveo di Lentini 27-VIII-1954 legit Franciscolo, Mistretta (teste Ragusa); Sardegna: Sassari (Bacino) 15-IV-1902, Golfo Aranci, Terranova Pau- sania 5-V-1903 e 1905, Monti, Alà dei Sardi, V-1907, Ozieri 28-XII-1884, Fonni IX-1911, Ploa- ghe 2-V-1909, Banari 9-V-1909, Decimo 16-V-1901, Cagliari 12-III-1892 (tutti raccolti da Do- dero); Corsica: Ajaccio 6. VI. 1908 legit Bickhardt.